L'attacco di panico
Un attacco di panico è qualcosa che non si dimentica. Spesso segna un prima e un dopo nella vita di chi lo vive per la prima volta. All'improvviso diventa difficile respirare, una nebbia scende sulla mente e impedisce di pensare, il cuore batte forte, girano la testa e si suda. Dopo pochi secondi si è convinti di essere sul punto di morire, di svenire o di impazzire, e si sente il bisogno urgente di scappare. La buona notizia è che nulla di tutto questo accadrà. La cattiva è che si sta vivendo un attacco di panico, un'esperienza molto più diffusa di quanto si pensi.
Se la depressione è stata il disagio psichico che ha segnato il secolo scorso, in questo nuovo millennio sono soprattutto l'ansia e il panico a riempire gli studi degli psicologi. Molte persone vivono almeno un attacco di panico nel corso della vita; il disturbo di panico vero e proprio, con attacchi ricorrenti, riguarda qualche persona su cento ed è più frequente nelle donne. E tre persone su quattro, dopo il primo attacco, ne vivono altri: si cade in un circolo fatto di attesa, ipervigilanza e paura.
Un allarme tarato male
L'attacco di panico ha molto a che fare con la paura. È una reazione automatica di allarme, una forma sana di autodifesa che si attiva davanti a un pericolo reale o percepito. Il problema è che a volte scatta con grande intensità anche quando il pericolo non c'è. È un falso allarme, come un antifurto troppo sensibile che suona per un nulla.
Possiamo immaginare un continuum di attivazione. A un estremo c'è il rilassamento o la distrazione, nel mezzo l'attenzione vigile, all'altro estremo l'agitazione e l'ansia, che nella forma più acuta diventa panico. Rispetto all'ansia, l'attacco di panico è breve, intenso e accompagnato da un forte spavento. Raggiunge il picco in pochi minuti e di solito si esaurisce entro una ventina di minuti, anche se a chi lo vive sembra eterno.
I sintomi
I sintomi sono quelli dell'ansia, ma molto più intensi:
battito accelerato, palpitazioni, tachicardia;
sudorazione, vampate di calore, brividi o tremori;
mancanza di respiro, sensazione di soffocamento;
dolore o senso di oppressione al petto;
nausea, mal di stomaco, a volte diarrea improvvisa;
vertigini, testa leggera, sensazione di svenimento;
formicolii o intorpidimento;
derealizzazione (il mondo sembra strano, lontano, irreale) o depersonalizzazione (come se ci si osservasse da fuori, con il corpo fuori controllo);
paura di perdere il controllo, di impazzire o di morire.
Si parla di attacco di panico quando sono presenti almeno quattro di questi sintomi, che salgono rapidamente fino a un picco di forte intensità. Un'altra caratteristica tipica è il desiderio fortissimo di fuggire dalla situazione e di cercare aiuto.
La reazione di lotta o fuga
Tutto parte da un meccanismo antichissimo. I nostri antenati avevano bisogno di una risposta istantanea per sopravvivere ad animali feroci e a pericoli quotidiani. Oggi raramente dobbiamo combattere un aggressore o scappare da un predatore, ma la reazione è rimasta e si accende appena interpretiamo un evento come pericoloso. Ognuno ha una soglia diversa, che dipende dai propri valori e dalle esperienze vissute.
Immaginate di dormire soli in casa e di essere svegliati dal rumore di un vetro che va in frantumi. Pensate a un ladro. In una frazione di secondo l'amigdala, la centralina d'emergenza del cervello, invia il segnale che attiva il sistema nervoso simpatico. Le ghiandole surrenali, due piccole ghiandole sopra i reni, rilasciano adrenalina e cortisolo. Da qui una cascata di cambiamenti, ognuno con un senso preciso.
Il cuore accelera per portare sangue e ossigeno a gambe e braccia, pronte a correre o a combattere. Il respiro si fa rapido per aumentare l'ossigeno e smaltire l'anidride carbonica: per questo si sospira, si sbadiglia, si ha il fiato corto e un senso di oppressione al petto, che non ha nulla a che fare con l'infarto. Il sangue si sposta dalle zone non vitali (pelle, dita) ai grandi muscoli: la pelle impallidisce, mani e piedi diventano freddi e formicolano, e il minore afflusso alla testa può dare vertigini, visione offuscata, confusione, senso di irrealtà. Il sudore rende la pelle scivolosa, più difficile da afferrare per un predatore. Le pupille si dilatano per scrutare meglio l'ambiente, e la luce può dare fastidio. La digestione rallenta, perché l'energia serve altrove, e arrivano nausea e bocca secca. I muscoli si tendono e possono tremare. Viene liberato glucosio per avere energia pronta. Tutto il processo è così intenso che alla fine lascia esausti.
Sono risposte perfette davanti a un pericolo vero. Chi soffre di panico, però, le vive senza pericolo e le interpreta in modo catastrofico: il cuore che salta un battito diventa un problema cardiaco, il fiato corto diventa soffocamento. È questo errore di lettura che trasforma una reazione di difesa in un attacco.
Va ricordato un punto che rassicura molti pazienti: il panico è una reazione di attivazione, non di spegnimento. Lo svenimento è il contrario, una disattivazione, e in caso di pericolo non ci servirebbe. Per questo durante un attacco di panico, nonostante la sensazione, non si sviene e non si muore.
Quando le emozioni sequestrano la mente
Lo psicologo Daniel Goleman, noto per i suoi libri sull'intelligenza emotiva, ha chiamato "sequestro emotivo" il momento in cui l'amigdala prende il sopravvento sulla corteccia e manda la mente in black-out. Davanti a eventi ad alto impatto emotivo la parte pensante del cervello si chiude, e diventa difficilissimo ragionare con lucidità. Si reagisce d'impulso, in modo primitivo. Goleman osservava che nel mondo moderno gran parte degli stimoli che riceviamo sono stressanti ma non minacciano davvero la nostra vita, eppure l'amigdala continua a preparare il corpo come se lo facessero.
Questo spiega perché durante un attacco i ragionamenti sembrano non servire e perché è utile allenarsi prima, quando si è calmi. Essere emotivi non è un problema. Lo diventa quando il nostro processore emotivo ci impedisce di pensare e di scegliere.
La triade del panico: corpo, comportamento, pensieri
L'esperienza del panico si regge su tre risposte che si combinano.
La risposta fisiologica è quella che abbiamo descritto: il corpo in allarme.
La risposta comportamentale è il tentativo di controllare l'ansia evitando. Si evitano le situazioni in cui si è già avuto un attacco, quelle da cui sarebbe difficile fuggire o ricevere aiuto (luoghi pubblici, centri commerciali, il traffico nell'ora di punta, posti lontani da un ospedale) e perfino le attività che producono sensazioni simili: lo sport, il caffè, un film dell'orrore, arrabbiarsi, fare l'amore. Poi ci sono i comportamenti di sicurezza: restare vicini a una via d'uscita, portare sempre con sé il farmaco, camminare rasente i muri, uscire solo con certe persone, distrarsi con il cellulare. Sembrano innocui, ma creano dipendenza e, il giorno in cui mancano, lasciano la persona in preda all'angoscia.
La risposta cognitiva riguarda l'attenzione e i pensieri. L'attenzione si sposta sull'ambiente in cerca della minaccia e, se fuori non c'è nulla, si rivolge al corpo: il battito, il sudore. Le normali reazioni d'allarme vengono scambiate per infarto, ictus, morte imminente. Un altro errore frequente è legare il panico a un luogo, di solito quello in cui è comparso la prima volta (il supermercato, l'auto, il ponte), come se fosse il luogo a produrlo e non un processo interno.
Attacco di panico, disturbo di panico, agorafobia
Spesso l'attacco di panico è legato a una situazione precisa: un luogo pubblico, il supermercato, la guida. Si parla invece di disturbo di panico quando gli attacchi sembrano arrivare all'improvviso, in situazioni diverse e imprevedibili. È come se il panico si fosse sganciato dal contesto originario. Il motore, a quel punto, è la paura della paura: il timore di avere un attacco basta da solo a provocarlo. Nell'agorafobia, infine, la paura riguarda soprattutto il trovarsi in luoghi da cui sarebbe difficile allontanarsi o ricevere aiuto.
Il panico di notte
Gli attacchi possono comparire anche durante il sonno, e sembra un paradosso. Le ricerche suggeriscono che spesso arrivano mentre si entra nel sonno profondo, quando il corpo si rilassa e abbassa le difese. Il cervello percepisce il cambiamento delle sensazioni fisiche, lo legge come una minaccia e scatena l'allarme con un risveglio brusco. Possono contribuire anche un incubo, uno stimolo esterno (un rumore, una luce) o la rielaborazione notturna di qualcosa vissuto durante il giorno, compreso un attacco precedente.
Quando chiedere aiuto
Se gli attacchi si ripetono da più di un mese o incidono sulla qualità della vita, è il momento di rivolgersi a un professionista. Prima si interviene, più è facile. Va fatta una diagnosi differenziale con un medico, per escludere problemi cardiaci o tiroidei che possono dare sintomi simili. Esclusa una causa organica, si può valutare un farmaco per contenere i sintomi e soprattutto intraprendere una psicoterapia: per imparare a gestire le reazioni del corpo, correggere gli errori di interpretazione e risalire alle cause del disturbo. Gli attacchi di panico sono un problema che ha una soluzione.
