Che cos'è l'ansia: quando l'allarme ci protegge e quando si inceppa
Tutti abbiamo provato ansia, così come abbiamo provato gioia, tristezza o rabbia. Fa parte dell'equipaggiamento di base dell'essere umano e svolge un compito preciso: metterci in allerta quando qualcosa ci sembra pericoloso. Socialmente se ne parla quasi sempre come di un difetto da eliminare. Non è così. Un'ansia che non si attivasse mai, davanti a un pericolo vero, sarebbe molto più pericolosa di un'ansia che a volte esagera.
Il problema nasce quando questo allarme comincia a suonare troppo spesso, troppo forte o nel momento sbagliato. Allora non ci protegge più: ci limita.
Un sistema antico che si chiama "attacco-fuga"
Alla base dell'ansia c'è il sistema di difesa che gli studiosi chiamano risposta di "attacco-fuga". Si è affinato nel corso di migliaia di generazioni e ha un solo scopo: prepararci in una frazione di secondo a combattere o a scappare. Quando percepiamo una minaccia il cuore accelera, il respiro si fa più rapido, i muscoli si tendono, si suda, la bocca si asciuga, le pupille si dilatano. Il corpo manda il sangue verso braccia e gambe, perché potrebbero servire. L'attenzione si restringe sulla minaccia e tutto il resto perde importanza.
A volte la risposta è opposta: ci si blocca. Anche questo ha un senso. Immaginate di camminare di notte e di sentire un rumore improvviso: restare immobili per un istante può evitarci di andare incontro al pericolo.
Ansia e paura usano lo stesso interruttore nel cervello. La differenza sta nel motivo per cui scattano. La paura risponde a qualcosa di reale e presente, dura poco e svanisce quando il pericolo è passato. L'ansia si accende per qualcosa che potrebbe accadere: è un'emozione preventiva, che ci dice di stare in guardia. Per questo più che una semplice emozione è un intreccio di pensiero, paura e attivazione fisica.
A cosa serve l'ansia
Possiamo riconoscerle almeno tre funzioni utili.
La prima è la protezione. Se qualcosa ci preoccupa, l'attenzione sale e i sensi si affinano per monitorare meglio l'ambiente. Il guaio comincia quando diventiamo ipervigili e ci isoliamo dal mondo per evitare pericoli che non esistono.
La seconda è la motivazione. Un livello moderato di ansia ci dà un'energia in più: ci tiene concentrati prima di un esame, di una gara, di una presentazione di lavoro. È quello che si chiama stress positivo, o eustress. Se però dubitiamo delle nostre capacità e ci spingiamo verso il perfezionismo, il livello sale fino a diventare controproducente. A quel punto si parla di distress.
La terza riguarda la crescita. Un po' di inquietudine su come sta andando la nostra vita ci spinge a uscire dalla zona di comfort, a chiederci cosa cambiare. Quando diventa eccessiva, all'opposto, si trasforma in ruminazione e ci tiene fermi.
I livelli dell'ansia
L'infermiera e teorica statunitense Hildegard Peplau, pioniera dell'assistenza psichiatrica, ha descritto quattro livelli d'ansia di intensità crescente.
L'ansia lieve è quella di tutti i giorni: una nuova attività da iniziare, l'attesa dell'esito di un esame, perdersi in una città che non si conosce. Porta irrequietezza, un po' di irritabilità, mani sudate, sensi più acuti. Aiuta a concentrarsi sul problema e si scioglie in fretta appena si trova una soluzione.
L'ansia moderata restringe l'attenzione sulla situazione stressante e fa ignorare il resto. Pensate a quando si perdono le chiavi dell'auto e si è già in ritardo: battito più veloce, bocca secca, sudore, un nodo allo stomaco. Sale rapidamente e scende altrettanto in fretta quando l'obiettivo è raggiunto.
L'ansia grave arriva con eventi seri, come la notizia di un incidente che ha coinvolto una persona cara. Battito accelerato, dolore al petto, mal di testa, tremore, confusione, terrore. A questo livello non si riesce a pensare con lucidità, si fatica perfino a prendersi cura dei propri bisogni e i tentativi degli altri di aiutarci a ragionare spesso cadono nel vuoto.
Il panico è la forma più travolgente. La persona si blocca, le percezioni si distorcono, il pensiero razionale sembra spegnersi.
Tutti questi livelli sono normali se compaiono in situazioni specifiche e per un tempo breve. Diventano un problema quando l'ansia è frequente, persistente e interferisce con la vita quotidiana.
Come si manifesta: mente, emozioni, corpo e comportamento
L'ansia si esprime su quattro piani che si influenzano a vicenda. In ogni persona di solito ne prevale uno, e anche nella stessa persona il peso dei sintomi può cambiare da un momento all'altro.
Sul piano cognitivo l'ansia è fatta di pensieri e interpretazioni. Se mentre guido sento un rumore strano, reagirò in modo molto diverso se penso di aver preso una buca o se penso a un guasto grave. Chi dopo una rampa di scale nota un po' di fiato corto, cosa del tutto normale, e lo legge come l'inizio di un attacco d'asma, comincia a respirare più in fretta e finisce per sentirsi davvero confuso e senz'aria. Qui compaiono le difficoltà di concentrazione, i pensieri catastrofici, la paura di non farcela, di perdere il controllo, di morire.
Sul piano emotivo ci si sente nervosi, inquieti, in attesa che succeda qualcosa di brutto. Spesso ci si sente anche smarriti perché non si capisce cosa stia accadendo, frustrati perché non si sa come calmarsi, impotenti. Lo scoraggiamento è dietro l'angolo.
Sul piano fisico la lista è lunga: tachicardia e palpitazioni, sudorazione, bocca secca, nausea, mal di stomaco, diarrea o stitichezza, vampate, vertigini, nodo alla gola, fame d'aria, tensione muscolare (cervicale, mal di testa, mascella serrata o denti digrignati), formicolii, mani e piedi freddi, stanchezza, calo del desiderio sessuale, disturbi del sonno. Sono sensazioni fastidiose, a volte molto intense, ma nessuna di esse è pericolosa. Di ansia non si muore, anche se nel momento in cui la si prova i pensieri ci fanno credere il contrario.
Sul piano del comportamento ci si può bloccare oppure agitarsi senza sosta. Possono comparire o aumentare tic e gesti ripetitivi, controlli continui della salute (misurarsi il polso, guardarsi allo specchio), la ricerca di rassicurazioni (visite, esami, informazioni su internet, avere sempre qualcuno accanto). E soprattutto l'evitamento: si rinuncia ai luoghi e alle situazioni in cui si è stati male o si teme di stare male. Con il tempo la lista delle cose da evitare si allunga e la vita si restringe.
Quando l'ansia diventa un disturbo
Possiamo parlare di ansia patologica quando è sproporzionata rispetto alla situazione, quando dura più a lungo del pericolo, quando si attiva in situazioni innocue o compare senza una causa apparente. La persona vive allora in uno stato di allerta continuo, si preoccupa anche delle piccole cose quotidiane come se la catastrofe fosse sempre dietro l'angolo, e spesso finisce per rinunciare a impegni di lavoro, amicizie, relazioni affettive. L'ansia diventa un fardello e consuma un'enorme quantità di energia mentale.
Va detto con chiarezza che l'obiettivo di una cura non è eliminare l'ansia. Non si può e non sarebbe nemmeno desiderabile, vista la sua funzione. L'obiettivo è tornare ad avere un'ansia che funziona: che si accende quando serve e si spegne quando il pericolo è passato.
Perché alcune persone ne soffrono più di altre
Non esiste una causa unica. Di solito si sommano più fattori: una predisposizione genetica (avere un genitore ansioso aumenta la probabilità di sviluppare un disturbo d'ansia), il temperamento, le esperienze di vita, un'educazione apprensiva, stress prolungati, eventi traumatici. Le ricerche mostrano che uno stress grave e duraturo può modificare il modo in cui i circuiti cerebrali si scambiano le informazioni, in particolare nelle strutture che conservano i ricordi legati alle emozioni forti.
I disturbi d'ansia sono tra i disturbi psicologici più diffusi. Secondo le stime statunitensi riguardano quasi un adulto su cinque e circa un bambino su otto. Spesso cominciano nell'infanzia, nell'adolescenza o nella prima età adulta e sono leggermente più frequenti nelle donne.
Come si cura
La buona notizia è che i disturbi d'ansia si possono curare con successo nella grande maggioranza dei casi, anche quelli più gravi. Se i sintomi sono invalidanti conviene rivolgersi a uno psicoterapeuta, che comincerà raccogliendo la storia personale, familiare e relazionale: in quali contesti compare l'ansia, cosa la scatena, quali soluzioni sono già state tentate. Può essere utile un controllo medico per escludere cause organiche (problemi tiroidei o neurologici, per esempio) e, nei casi più intensi, una valutazione psichiatrica per un farmaco che contenga i sintomi nell'immediato.
I farmaci però riducono i sintomi, non curano il disturbo. La psicoterapia lavora su due piani: il come, cioè le strategie per gestire i sintomi e i pensieri che li accendono, e il perché, cioè il significato dell'ansia nella storia della persona. Prima il sintomo, poi il significato. È su questo secondo livello che si ottiene un cambiamento che dura.
