Adoviolenza: quando i figlio adolescenti diventano violenti coi genitori

Una madre che chiude a chiave la porta della camera da letto la sera. Un padre che consegna al figlio di sedici anni il bancomat perché "è più semplice così". Genitori che misurano ogni parola, che hanno smesso di dire di no, che a cena guardano il piatto aspettando di capire che aria tira. Da fuori sembrano famiglie normali. Dentro, qualcuno ha paura. E chi fa paura è il figlio.
Si chiama adoviolenza, o violenza filio-parentale: la violenza agita in modo ripetuto da un figlio, quasi sempre adolescente, contro i propri genitori. Il termine "adoviolenza" si è diffuso in Italia anche grazie al volume curato da Paola Bolgiani, "Adoviolenza. La psicoanalisi e la violenza degli adolescenti" (2020). Nella letteratura internazionale si parla di child-to-parent violence, o di parental abuse.
Di cosa parliamo
Non stiamo parlando della porta sbattuta, dell'insulto urlato durante una lite o della crisi di rabbia isolata. Litigare con i genitori fa parte dell'adolescenza, e in una certa misura serve: è anche così che un ragazzo si separa e costruisce la propria identità.
L'adoviolenza è un'altra cosa. È un comportamento che si ripete e che ha uno scopo, anche quando il ragazzo non ne è consapevole: ottenere potere e controllo sul genitore. Può prendere forme diverse:
violenza psicologica e verbale: insulti, umiliazioni, minacce, ricatti ("se non mi dai i soldi mi ammazzo", "lo dico a tutti che sei una pessima madre");
violenza economica: pretendere denaro, rubare, vendere oggetti di casa, costringere i genitori a comprare;
violenza fisica: spintoni, oggetti lanciati, porte e mobili rotti, fino alle aggressioni vere e proprie.
Una revisione degli studi internazionali pubblicata nel 2025 su BMC Public Health, su circa 25.000 partecipanti, indica che la violenza fisica riguarda circa un ragazzo su dieci, mentre quella psicologica è di gran lunga la forma più frequente. In Italia le ricerche sono ancora poche, ma gli operatori che lavorano con le famiglie la descrivono come un fenomeno in crescita.
Un fenomeno sommerso
I numeri reali sono probabilmente più alti, perché quasi nessuno ne parla. I genitori che subiscono violenza da un figlio provano una vergogna enorme. Si sentono falliti proprio nel ruolo che dovrebbe proteggerli. Si chiedono dove hanno sbagliato, temono il giudizio di parenti e insegnanti, e soprattutto hanno paura di "rovinare" il figlio se chiedono aiuto o, peggio, se lo denunciano.
Così si tace. Si minimizza ("è solo un periodo", "è stressato per la scuola"), si giustifica, si cede un po' alla volta. E ogni cessione, senza volerlo, insegna al ragazzo che la violenza funziona.
Spesso a subire di più sono le madri, soprattutto quando sono sole a crescere i figli. Ma anche i padri ne sono vittime, e per loro ammetterlo può essere ancora più difficile.
Perché succede
Non esiste una causa unica, e conviene diffidare di chi ne indica una sola. Gli studi descrivono un intreccio di fattori che si sommano.
Ci sono fattori legati al ragazzo: difficoltà a regolare la rabbia e la frustrazione, impulsività, uso di sostanze, disturbi dell'umore, ansia, difficoltà scolastiche, a volte un ritiro sociale con molte ore passate davanti a uno schermo e una tolleranza bassissima ai limiti.
Ci sono fattori familiari: una storia di violenza in casa, per esempio tra i genitori, che il figlio ha visto e da cui ha imparato; conflitti di coppia aperti o separazioni molto conflittuali; stili educativi estremi, troppo autoritari oppure troppo permissivi, o che oscillano tra i due; genitori stanchi, soli, a loro volta in difficoltà.
E ci sono fattori sociali: gruppi di amici violenti, esperienze di bullismo subito o agito, un contesto che premia la prepotenza.
Un punto mi sembra importante. Capire da dove nasce la violenza non significa giustificarla, e nemmeno dare la colpa ai genitori. Molti genitori di ragazzi violenti hanno fatto del loro meglio con gli strumenti che avevano. Cercare le cause serve a sapere dove intervenire, non a trovare un colpevole.
Che cosa possono fare i genitori
La prima cosa, la più difficile, è riconoscere quello che sta succedendo e chiamarlo con il suo nome. Non è "un caratteraccio", non è "l'età". È violenza, e nessun genitore deve subirla.
Poi, uscire dall'isolamento. Parlarne con il partner, con un familiare di fiducia, con il medico di famiglia, con uno psicologo. Il silenzio protegge la violenza, non il figlio.
Nel lavoro con i genitori viene spesso usato l'approccio della "resistenza non violenta" (Non Violent Resistance), sviluppato dallo psicologo israeliano Haim Omer. L'idea è che il genitore smetta sia di cedere sia di rispondere con l'escalation, e recuperi invece una presenza ferma e calma. In pratica significa:
non reagire a caldo, e rimandare la risposta a un momento di calma ("non sono d'accordo, ne riparliamo");
non entrare nelle discussioni infinite e nelle provocazioni;
dichiarare con chiarezza al figlio che la violenza non sarà più accettata;
coinvolgere altre persone di fiducia (parenti, amici, a volte insegnanti), così che il genitore non sia più solo e il ragazzo capisca che la situazione non è più un segreto di casa;
continuare a mostrare affetto e interesse per il figlio, perché si contrasta il comportamento, non la persona.
Anche il ragazzo ha bisogno di aiuto. Dietro la violenza c'è quasi sempre una sofferenza che non trova parole: rabbia, paura, vergogna, un senso di impotenza che si rovescia in prepotenza. Un percorso psicologico per il figlio, per i genitori e, quando possibile, per tutta la famiglia permette di dare un significato a quello che succede e di costruire modi diversi di stare insieme.
Quando c'è pericolo
Se la violenza fisica è grave, se ci sono minacce con armi o oggetti, se in casa ci sono fratelli più piccoli esposti, la priorità è la sicurezza. In caso di pericolo immediato si chiama il 112. Rivolgersi alle forze dell'ordine o ai servizi sociali non è un tradimento verso il figlio: a volte è proprio l'intervento esterno a fermare una spirale che dall'interno non si riesce più a fermare.
Una parola ai genitori
Se vi riconoscete in queste righe, sappiate che non siete gli unici e che non è una colpa da nascondere. Chiedere aiuto è il primo gesto di protezione, verso voi stessi e verso vostro figlio. Un adolescente violento è un ragazzo che ha perso la strada, e ha bisogno di adulti che non lo lascino solo e che, allo stesso tempo, non accettino più di avere paura di lui.
