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La relazione di abuso: riconoscerla, capirla, uscirne

Quando si inizia una relazione affettiva non è sempre facile prevedere se diventerà un rapporto abusante. Molti partner violenti, all'inizio, sembrano equilibrati e amorevoli. La violenza domestica, verbale o fisica, spesso si manifesta più avanti, quando il rapporto è ormai consolidato e si è legati affettivamente al partner. In tutte le relazioni abusanti c'è un partner che cerca di esercitare controllo e potere sull'altro.

L'abuso è caratterizzato da uno schema ripetitivo di comportamenti che servono a mantenere il controllo su un'altra persona. Può capitare a chiunque, indipendentemente dal carattere, dal livello di istruzione o dalla posizione sociale: chi subisce non è "debole" e non se l'è cercata. Certo, chi ha una storia di relazioni dipendenti o una bassa autostima può fare più fatica a riconoscere i segnali e a sottrarsi, ma la responsabilità della violenza è sempre e solo di chi la agisce.

L'abusante può trarre soddisfazione dal sentire di avere il controllo sul partner. Si tratta di una modalità relazionale appresa in famiglia, tra gli amici o dal contesto culturale, che si manifesta attraverso violenza fisica e sessuale, minacce, intimidazioni, coercizione, ricatti, abuso emotivo e privazione economica. Nella maggior parte dei casi le vittime sono donne, ma anche gli uomini possono subire abusi, e la violenza esiste anche nelle coppie dello stesso sesso.


La ruota del potere e del controllo

Per descrivere le forme dell'abuso domestico si usa spesso la "ruota del potere e del controllo", elaborata negli anni Ottanta dal Domestic Abuse Intervention Programs di Duluth, negli Stati Uniti, a partire dalle testimonianze di donne che avevano subito violenza. Al centro della ruota ci sono il potere e il controllo, cioè lo scopo dell'abuso. I raggi sono le strategie, spesso sottili, con cui l'abusante lo esercita giorno per giorno. Il cerchio esterno, che tiene insieme tutta la ruota, è la violenza fisica e sessuale: anche quando non viene agita, la sua minaccia rende efficaci tutte le altre forme di controllo.

  • Intimidazione: l'abusante incute timore con lo sguardo, gli atteggiamenti, i gesti. Sfoga la rabbia su cose e oggetti, mostra armi o coltelli per spaventare. Minaccia di distruggere oggetti personali, di ferire, far sparire o uccidere un animale a cui il partner è affezionato.

  • Abuso di potere: impedisce al partner di prendere decisioni personali e ne limita la libertà, impedendogli di lavorare, studiare, fare sport o altre attività fuori casa.

  • Violenza psicologica: critica, svaluta, insulta, umilia. Afferma che il partner non è capace di fare nulla, che è "pazzo", per farlo sentire in colpa e insicuro.

  • Isolamento: controlla che cosa fa il partner, dove va e con chi. Scoraggia o impedisce i rapporti con amici e familiari, e usa la gelosia per giustificare il proprio comportamento.

  • Negazione e colpevolizzazione: nega gli episodi di violenza o li minimizza, sostenendo che non sono mai avvenuti o che "non è stato niente". Scarica la responsabilità sul partner, presentando le proprie reazioni come normali risposte alle sue mancanze.

  • Ricatto attraverso i figli: usa i figli per sostenere che il partner è un cattivo genitore, minaccia di portarglieli via o di togliergli l'affidamento.

  • Violenza economica: controlla le spese, limita l'accesso al denaro, pretende di gestire tutte le entrate, così che il partner debba chiedere soldi e dipendere da lui in ogni decisione.

  • Violenza fisica e sessuale: spintoni, schiaffi, percosse, fino alle aggressioni più gravi. Pressioni o costrizioni ad avere rapporti sessuali quando e come vuole lui, senza rispettare la volontà del partner. Un rapporto sessuale imposto è violenza anche all'interno di una coppia o di un matrimonio.

Il ciclo della violenza

Accanto alla ruota, la psicologa Lenore Walker ha descritto alla fine degli anni Settanta il "ciclo della violenza", che aiuta a capire perché è così difficile andarsene. Il ciclo ha tre fasi che si ripetono:

  • la tensione cresce: litigi, critiche, silenzi minacciosi, la vittima cammina sulle uova;

  • l'esplosione: l'episodio di violenza verbale, fisica o sessuale;

  • la falsa riappacificazione, chiamata anche "luna di miele": l'abusante si scusa, promette che non succederà più, diventa affettuoso, fa regali. Spesso però le scuse servono soprattutto a evitare di essere scoperto o lasciato, e la responsabilità viene ancora una volta spostata ("se non mi avessi provocato…").

È proprio la fase della luna di miele a tenere legata la vittima, perché le restituisce per un po' la persona di cui si era innamorata. Con il tempo le fasi si accorciano, la riappacificazione si fa più breve e la violenza più frequente.


Perché è così difficile andarsene

Uscire da una relazione abusante è più complicato di quanto sembri da fuori. Quando una vittima lascia il partner violento gli toglie il potere e il controllo di cui ha bisogno, e la reazione può essere molto violenta. Il periodo della separazione è, infatti, uno dei momenti più pericolosi. Per molte ragioni, quindi, tante persone restano:

Paura: la vittima teme ciò che accadrà se chiude la relazione, per sé e per i figli, e teme conseguenze peggiori del restare.

Abuso come normalità: chi è cresciuto in una famiglia in cui la violenza era presente può arrivare a considerarla normale e a tollerarla.

Minacce e ricatti: il partner può minacciare di rivelare segreti personali, di diffondere foto o informazioni private, e la paura di essere esposti blocca la persona.

Vergogna: è difficile ammettere di aver subito un abuso, accettare il fallimento della relazione, doverne rendere conto agli altri, temere di essere giudicati. Spesso le vittime arrivano a pensare di essere in qualche modo responsabili delle reazioni del partner.

Bassa autostima: dopo mesi o anni di svalutazioni, la vittima può arrivare a credere che le accuse siano fondate e meritate.

Amore e speranza: spesso la vittima è legata all'immagine che il partner ha dato di sé all'inizio, e spera che torni a essere quella persona. A questo si aggiunge il senso del dovere verso i figli, che spinge a mantenere unita la famiglia anche a proprio danno.

Motivi religiosi e culturali: convinzioni sul matrimonio, sulla famiglia o sul ruolo della donna possono spingere a restare in un rapporto distruttivo piuttosto che chiuderlo.

Mancanza di denaro: quando la vittima dipende economicamente dal partner violento, andarsene può sembrare impossibile. Dove andare? Come mantenersi? Come mantenere i figli?


Chiedere aiuto si può

Riconoscere di essere in una relazione di abuso è il primo passo, e spesso il più difficile. Il secondo è non restare soli. In Italia esistono aiuti concreti:

il 1522, numero gratuito e attivo 24 ore su 24, offre ascolto, informazioni e orientamento verso i centri antiviolenza del territorio; si può contattare anche via chat;

i centri antiviolenza e le case rifugio offrono supporto psicologico e legale e, quando serve, un luogo sicuro dove andare con i figli;

in caso di pericolo immediato si chiama il 112.

Dal 2019 la legge cosiddetta "Codice Rosso" ha reso più rapidi gli interventi a tutela delle vittime di violenza domestica.

Anche un percorso psicologico può essere di grande aiuto: per ritrovare fiducia nel proprio giudizio, elaborare quello che è successo e, più avanti, imparare a riconoscere i segnali di una relazione sana. Nessuno merita di vivere nella paura, tanto meno all'interno di una relazione che dovrebbe essere un luogo di amore e sicurezza.