La paura dell'abbandono e la paura del rifiuto
L'ansia abbandonica
Si parla di ansia abbandonica quando una persona coinvolta in una relazione vive con la paura costante di essere lasciata. Di solito ha sviluppato da piccola un attaccamento insicuro. Alcuni costruiscono legami basati sul bisogno di attenzione e sulla paura di restare soli, che può diventare una vera angoscia da separazione. Altri gestiscono la stessa ansia in modo opposto, sviluppando un attaccamento evitante: diventano autosufficienti per non dover dipendere da nessuno e non soffrire più.
La teoria dell'attaccamento nasce dalle ricerche di John Bowlby e Mary Ainsworth sugli effetti della separazione e della deprivazione materna. L'attaccamento è il legame affettivo che si costruisce nel tempo tra due persone, ed è fondamentale per uno sviluppo emotivo, mentale e sociale sano. I primi anni di vita gettano le basi per le relazioni future. Separazioni, divorzi, malattie, l'incapacità di un genitore di esprimere affetto possono interrompere questo processo. Quando la figura di riferimento non risponde alle paure del bambino con affetto e rassicurazione, il bambino tende a reagire in due modi: continuerà a cercare in altre persone l'affetto che gli è mancato, o diventerà estremamente autosufficiente, dubitando che qualcuno possa dargli stabilità. Quale strada prenderà dipende dal suo temperamento e dalla gravità della mancanza.
Chi sviluppa un attaccamento evitante tende a fuggire dalla vicinanza nei rapporti più coinvolgenti e a preferire relazioni che non abbiano impatto emotivo. Lo psichiatra Paul Ciechanowski, all'Università di Washington, ha osservato che nei pazienti con diabete l'attaccamento evitante si associava a una peggiore collaborazione con i medici e a un controllo meno efficace della malattia: il modo in cui ci leghiamo agli altri ha effetti anche sulla salute.
Chi sviluppa un attaccamento ansioso è inizialmente riluttante a impegnarsi per paura di essere lasciato, ma una volta dentro una relazione si lega profondamente e vive nell'ansia che finisca, di essere abbandonato o tradito. Lo psicologo Chris Fraley, all'Università dell'Illinois, ha mostrato che le persone con attaccamento ansioso colgono molto rapidamente i cambiamenti nelle espressioni del volto altrui, ma proprio per questa velocità rischiano di interpretarli in modo meno accurato.
La paura del rifiuto
Chi teme il giudizio altrui osserva con estrema attenzione il linguaggio del corpo, le parole, il ritmo della voce dei propri interlocutori. Cerca significati nascosti tra le righe e spesso trova proprio la conferma di ciò che teme: di non andare bene, di essere criticato, rifiutato, anche quando l'altro non ha alcuna intenzione di farlo. Questa ipervigilanza lo rende più attento e sensibile della media, ma rischia di usarla per isolarsi, anche da relazioni che potrebbero andare bene. Fa vere e proprie letture del pensiero, attribuisce agli altri intenzioni minacciose, e per proteggersi si ritira.
La paura del rifiuto funziona come una profezia che si autoavvera. La persona si comporta in modo contraddittorio, distaccato, impacciato, e gli altri finiscono per allontanarsi. Gli amici smettono di invitarla, perché pensano che non le interessi la loro compagnia, senza intuire che dietro c'è una paura profonda. E così l'idea negativa di sé viene confermata. L'alta sensibilità al rifiuto e la scarsa considerazione di sé lavorano insieme, e possono aprire la strada alla depressione.
C'entra anche la cultura in cui cresciamo, che ci insegna a misurare il valore delle persone in base a ciò che fanno e a come appaiono, più che a ciò che sono. Diciamo ai bambini che sono bravi se obbediscono, se eccellono a scuola, li applaudiamo per le prestazioni sportive e li paragoniamo al migliore della classe. L'autostima di un adulto è strettamente legata al rapporto che ha avuto con i genitori. Chi è stato amato e sostenuto per ciò che è avrà imparato a sentirsi "ok" per il semplice fatto di esistere, e un rifiuto non lo farà crollare. Chi è stato accettato solo a condizione di compiacere può portarsi dentro un buco nero emotivo che nemmeno un partner affettuoso riesce a riempire. Si può sentire l'amore degli altri solo se si sente di meritarlo.
Non è impossibile cambiare. Non succede in fretta, perché l'immagine di sé si è costruita in molti anni, ma ci si può costruire una "pelle più spessa". Se sei molto sensibile al rifiuto, uno strumento efficace è l'esposizione graduale. Smetti di evitare e affronta, poco alla volta, le situazioni che temi. Scambia due parole con uno sconosciuto al supermercato o in ascensore, fai una battuta, avvicinati a una persona che ti piace. Facendo proprio ciò che stai cercando di evitare scoprirai che il rifiuto è meno probabile di quanto pensi e, quando arriva, non è una catastrofe. Gli altri, in realtà, sono molto più concentrati su sé stessi e ci giudicano molto meno di quanto immaginiamo.
