Rabbia, rancore e vendetta nella coppia: il lungo silenzio che precede la guerra
Le relazioni di coppia non si rompono mai all'improvviso. Spesso, dietro una separazione esplosiva si cela un lungo processo di deterioramento relazionale, fatto di silenzi, incomprensioni e rabbie non elaborate. In questo articolo esploriamo le dinamiche psicologiche che alimentano il rancore e il desiderio di vendetta tra partner, con la particolare attenzione alle separazioni conflittuali e alle implicazioni, quando ci sono figli coinvolti.
Dalla frustrazione alla rabbia punitiva: un ciclo relazionale disfunzionale
Secondo la teoria dell'attaccamento (Bowlby, 1969), le relazioni intime attivano i nostri modelli operativi interni (MOI), ovvero le rappresentazioni mentali di sé e dell'altro costruite nell'infanzia. Quando in una coppia si attivano ferite affettive profonde - come il sentirsi non vi visti, non ascoltati, non riconosciuti - la frustrazione può trasformarsi in rabbia. Tuttavia, non tutta la rabbia è distruttiva: se espressa in modo assertivo, può essere un potente strumento di trasformazione e crescita. Il problema nasce quando la rabbia viene repressa o agita in modo passivo-aggressivo. In molte coppie, soprattutto quelle con uno stile di attaccamento insicuro o disorganizzato, si assiste a una comunicazione evitante: i conflitti non vengono affrontati, ma silenziati. Questo silenzio non è neutro, ma carico di significati Impliciti: punizione, ritiro, disinvestimento. E' ciò che la psicoterapia sistemico-relazionale definisce come "comunicazione sintomatica" (Watzlawick ed alt., 1967), dove il sintomo - in questo caso il silenzio o la distanza - diventa il linguaggio del disagio.
Comunicazione disfunzionale: tra simmetria rigida e ambiguità relazionale
Uno degli elementi più ricorrenti nelle coppie ad alta conflittualità è la presenza di schemi comunicativi disfunzionali, spesso inconsapevoli ma profondamente radicati. La scuola di Palo Alto ha descritto in modo pionieristico le dinamiche comunicative psicologiche, introducendo concetti come la "comunicazione paradossale" e la "simmetria rigida".
In molte coppie in crisi, si osserva una tendenza a mantenere posizioni simmetriche - entrambi vogliono avere ragione, entrambi si sentono vittime - senza possibilità di rottura del ciclo. A volte, la comunicazione è ambigua o contraddittoria: si dice una cosa, ma il tono, il corpo o il contesto ne suggeriscono un'altra. Questo genera confusione, frustrazione è un senso di instabilità emotiva. In queste situazioni, il messaggio non è tanto "non ti capisco", quanto" non so se posso fidarmi di ciò che dici". La fiducia comunicativa si erode, e con essa la possibilità di costruire un terreno comune.
Un'altro aspetto critico e la tendenza alla "metacomunicazione negativa": ogni tentativo di chiarimento viene interpretato come l'attacco, ogni richiesta con una critica. Il dialogo si trasforma in un campo minato, dove anche il silenzio diventa un messaggio carico di ostilità. In questo clima, la possibilità di una comunicazione autentica si riduce drasticamente, e la coppia si rifugia in copioni ripetitivi, spesso apprese nei modelli familiari d'origine.
Il rancore come difesa narcisistica
Il rancore, in questa cornice, può essere letto come una difesa narcisistica: una modalità per proteggersi dal dolore del fallimento relazionale, dalla vergogna di sentirsi rifiutati o non amabili. Come sottolinea Heinz Kohut nella sua psicologia del Sé, quando il Sé viene ferito da un partner percepito come "oggetto-sé" fondamentale, la rabbia può assumere la forma di vendetta narcisistica: non solo voglio che tu soffra, ma voglio che tu conosca quanto mi hai ferito. In queste dinamiche, la vendetta non è solo un atto distruttivo, ma una richiesta disperata di riconoscimento. Il partner non cerca giustizia, ma riparazione simbolica del proprio Sé ferito. Tuttavia, questa riparazione non può avvenire attraverso l'attacco, ma solo attraverso un'elaborazione profonda del dolore e della perdita.
Separazioni ad alta conflittualità: quando il tribunale diventa al campo di battaglia
Quando la coppia decide di separarsi, queste dinamiche latenti esplodono. Il momento della separazione diventa il contenitore di tutte le emozioni represse: rabbia, delusione, senso di fallimento, paura dell'abbandono. In assenza di una elaborazione emotiva, la separazione si trasforma in una "battaglia per la verità", dove ciascun partner cerca di dimostrare di essere la vittima e l'altro il carnefice.
In psicologia forense, si parla di "conflitto di lealtà" quando i figli diventano coinvolti in queste dinamiche. I bambini diventano il terreno scontro: si assiste a richieste di affidamento esclusivo, denunce reciproche, coinvolgimento di CTU, avvocati e giudici. Il sistema giuridico, pensato per tutelare, rischia di essere strumentalizzato per perpetuare il conflitto.
La letteratura critica (Johnson e Roseby, 1977) ha ampiamente documentato come i figli di separazioni ad alta conflittualità siano esposti a un rischio maggiore di sviluppare sintomi internalizzanti (ansia, depressione, somatizzazioni), soprattutto quando vengono coinvolti in alleanze disfunzionali o triangolazioni.
Il ruolo del terapeuta: contenere, decodificare, trasformare
In questo scenario, il ruolo del terapeuta è cruciale. Non si tratta solo di facilitare la comunicazione, ma di aiutare i partner a riconoscere le proprie ferite, a dare un senso alla rabbia e al dolore, a distinguere tali bisogno di giustizia e il desiderio di vendetta. La terapia di coppia, o in alcuni casi la mediazione familiare, può offrire uno spazio terzo in cui interrompere il ciclo della colpa e della punizione.
È fondamentale anche un lavoro di psicoeducazione: aiutare i genitori a comprendere l'impatto nel conflitto sui figli, e a costruire una co-genitorialità sufficientemente buona, anche in assenza di un legame affettivo.
Conclusioni: dalla vendetta, la responsabilità affettiva
La vendetta è una risposta comprensibile, ma non inevitabile. Dietro ogni gesto distruttivo si cela ferita non riconosciuta. Solo attraverso un lavoro di consapevolezza e responsabilità affettiva, è possibile trasformare la rabbia in un'occasione di crescita. Le coppie che riescono a separarsi senza distruggersi - e senza distruggere i propri figli - non sono quelle che non hanno mai sofferto, ma quelle che hanno scelto di non restare prigioniere del rancore.
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


