Compiacere per paura di mostrarsi: la rinuncia di sé

Compiacere per paura di mostrarsi: la rinuncia di sé
  • Dr. Maurizio Sgambati
  • 02/02/2026
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In molte relazioni, anche di coppia, può insinuarsi un meccanismo tanto invisibile quanto potente: il bisogno di piacere agli altri per paura di mostrarsi davvero in maniera autentica. Un comportamento che si traveste da disponibilità, gentilezza, altruismo. Ma sotto la superficie si cela spesso una profonda insicurezza, una convinzione radicata: "se mi mostro per come sono, non sarò accettato".

Il compiacere come strategia di sopravvivenza relazionale

Chi tende a compiacere non lo fa per superficialità o debolezza, ma perché ha imparato - spesso molto presto nella vita - che l'amore e l'approvazione si ottengono solo a certe condizioni: essere utili, accomodanti, presenti, silenziosi, "bravi". In questo schema, l'identità personale si costruisce attorno al bisogno dell'altro. L'aiutare, il sostenere, il farsi da parte diventano una moneta con cui si compra l'accettazione. Ma questo tipo di accettazione è condizionata. Non è un "ti vedo e ti accolgo ", Ma un "ti accolgo sé…". E quel "" diventa una gabbia: se sei sempre disponibile, se non ti arrabbi, se non chiedi troppo, se non ti mostri fragile, se non deludi.

Il conflitto intrapsichico secondo l'analisi transazionale

Secondo il modello della psicologia analitica e dell'analisi transazionale, molte persone iniziano un percorso di psicoterapia proprio quando il loro Adulto interiore si accorge di vivere un conflitto tra ciò di cui ha bisogno e  il blocco che gli impedisce di esprimerlo. Quel blocco nasce dalla paura del Bambino interiore, che porta con sé antiche e ingiunzioni come "non sentire, "non desiderare", non disturbare". È la paura di ferire gli altri, l'idea di non avere il diritto di esprimersi, la convinzione che mostrarsi può danneggiare qualcuno o rompere un equilibrio fragile. Per sopravvivere a questo divieto, il Genitore interiore sviluppa una strategia: compiacere. Diventa accomodante, controllante, iper-responsabile. Trova così una forma di presenza nel mondo che però surrogata all'autenticità. Si crea quindi un vero e proprio conflitto intrapsichico:

  • il Bambino Libero vorrebbe esprimersi, desiderare, afferma;
  • il Bambino Adattato che si censura per paura;
  • il Genitore che compiace per ottenere sicurezza e appartenenza.

Un esempio concreto: è il caso di chi vorrebbe dire al partner: "oggi sono stanco, avrei bisogno di un po' di spazio", ma si blocca perché teme di sembrare egoista. Dentro questa persona:

  • La parte autentica spinge per esprimersi
  • La palla adattata frena per paura
  • La parte compiacente, prova a mantenere la pancia a tutti i costi

Questo piccolo esempio quotidiano rende visibile un conflitto interno molto più profondo..

Il prezzo del compiacere: la rinuncia a sé e la svalutazione reciproca

Nel tempo, questo adattamento porta una progressiva negazione del diritto di esprimersi liberamente. I bisogni personali vengono messi in secondo piano, le emozioni scomode represse, i desideri sacrificati. Si diventa esperti nel leggere l'altro, ma analfabeti di sé. E così, anche nelle relazioni più intime, si resta soli. Ma c'è di più: mentre compiaccio, non solo svaluto la possibilità di essere accettato per ciò che sono, ma anche la mia capacità di affrontare un eventuale rifiuto. È come se dicessi a me stesso: "se non piaccio" non sopravviverò". Questo evita il confronto con il dolore del rifiuto, ma il prezzo della libertà.

E mentre aiuto l'altro, spesso in modo eccessivo o non richiesto, finisco per svalutare anche l'altro: la sua capacità di cavarsela, di affrontare le difficoltà, di crescere. Come ha ben descritto Eric Berne fondatore dell'analisi transazionale, il "gioco psicologico" del salvatore può celare un bisogno inconscio di controllo e una sfiducia nella competenza dell'altro.

La scelta (inconsapevole) di partner bisognosi

Non è raro che chi tende a con compiacere ricerchi partner bisognosi, fragile o in difficoltà. Non per manipolazione, ma perché in quella dinamica trova un senso di identità: sentirsi utile, necessario, "buono". Il bisogno dell'altro diventa lo specchio in cui sentirsi visti. Partner che si mostrano incapace o dipendenti attirano l'attenzione proprio perché permettono di attivare il ruolo salvifica. Ma queste dinamiche è profondamente sbilanciata: da un lato, chi aiuta svaluta la possibilità di essere amato per ciò che è, senza dover "servire" qualcosa; dall'altro, chi riceve l'aiuto viene inconsapevolmente svalutato nella sua capacità di affrontare la vita in modo autonomo. Il risultato è una relazione asimmetrica, dove l'intimità autentica - fatta di reciprocità, vulnerabilità e fiducia - fatica a emergere. Come direbbe Claude Steiner, la carezza diventa condizionata: "ti vedo solo se hai bisogno di me".

Quando si prova a cambiare: il senso di colpa come freno

Quando una persona inizia a riconoscere questo schema e prova a uscirne - magari iniziando a dire qualche "No", a esprimere un bisogno, a mettere un confine - spesso si scontra con un potente nemico interno: il senso di colpa. Quel senso di colpa non è un errore, ma un segnale. È la voce di un sistema antico che ci dice: "stai tradendo un patto. Se smetti di compiacere, verrai rifiutato". È un meccanismo retroattivo che cerca di riportar la persona nel vecchio equilibrio, anche se disfunzionale. Melanie Klein parlava di "colpa riparativa" come di un sentimento che emerge quando si teme di aver danneggiato l'altro. Ma in questi casi, la colpa è spesso sproporzionata, perché non nasce da un danno reale, ma dalla trasgressione di un copione appreso. Quando la persona comincia davvero a sbloccarsi, devi accettare che emergeranno semplicemente antichi di paura, vergogna e colpa. Devi accettare che anche sul modo di definirsi non sarai elegante o preciso: il inizio sarà maldestro, incerto, imperfetto. Ma è proprio da quella imperfezione che nasce la libertà.

Verso un'autenticità possibile

Uscire da questo schema richiede tempo, con consapevolezza e spesso un lavoro psicologico profondo. Significa imparare a tollerare il disagio del cambiamento, a riconoscere le proprie valore aldilà dell'utilità per l'altro, a riscoprire il diritto di esistere anche quando non si è "perfetti" o "comodi". Significa, in fondo, imparare a piacersi - prima ancora che ha piacere. E a costruire l'azione in cui si possa essere amati non per ciò che si fa, ma per ciò che si è. Non si tratta di diventare impeccabili, ma di diventare veri. Ogni piccolo passo verso la verità di sé è già un atto di cura, un gesto di libertà, un modo nuovo di stare al mondo.


Dr. Maurizio Sgambati

Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone

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