Il rancore: la ferita che non si chiude
Ci sono emozioni che non urlano, non esplodono, non si consumano in un lampo. Restano. Si adagiano in fondo al petto come un sedimento scuro, difficile da smuovere. Il rancore nasce così: non come una tempesta, ma come un eco che non smette di risuonare. È la memoria di un torto che continua a pulsare, anche quando la vita sembra andare avanti. Una ferita che non sanguina più, ma che non si chiude. Molte persone lo riscrivono come un peso, altre come una brace che continua a bruciare sotto la cenere. In realtà, il rancore è un modo che la psiche trova per proteggersi.
Winnicott parlava di "gesti non ricevuti": quei momenti in cui avremmo avuto bisogno di essere visti, riconosciuti, riparati, invece siamo rimasti soli con il nostro dolore. Il rancore nasce spesso lì , in quello spazio vuoto tra ciò che c'è stato fatto e ciò che avremmo avuto bisogno di ricevere. Ma c'è un'altra prospettiva, meno nota e sorprendentemente illuminante. Il filosofo Jon Elster descrive il rancore come un debito emotivo non estinto: un conto aperto tra noi e l'altro, in cui la mente continua a registrare ciò che "avremmo dovuto ricevere" e non abbiamo ricevuto. Non è un semplice ricordo del torto, ma la sensazione che qualcosa sia rimasto in sospeso, come una transazione interrotta. È un'idea potente che sposta il focus dall'evento alla relazione: il rancore non riguarda ciò che è accaduto, ma ciò che non è stato riparato. Ed è proprio qui che entra in gioco la psicologia morale, un campo che raramente viene evocato quando si parla di emozioni "private". Il rancore è profondamente morale. Non morale nel senso di "giusto o sbagliato", ma nel senso più antico del termine: riguardi i legami, i patti, le aspettative reciproche. Ad esempio, un padre che, abbandonando la famiglia sparisce senza garantire una tutela economica ai figli. Una madre che presa dalla propria solitudine passa da una relazione all'altra incurante dei bisogni dei figli. Un fratello che per soffocare il dolore dei propri fallimenti si dà al gioco d'azzardo accumulando debiti che ricadono sulla famiglia.
Secondo la psicologia morale contemporanea, il rancore è un'emozione che segnala la violazione di una norma relazionale. È una sentinella etica: ci avverte che qualcosa, nel modo in cui siamo stati trattati, ha infranto un principio fondamentale di equità, lealtà o cura. In altre parole, il rancore non è solo dolore. È un giudizio. Un giudizio implicito, spesso non verbalizzato, che dice: "questo non doveva accadere. Questo non è il modo in cui si trattano le persone". È un'emozione che difende la dignità. E quando la dignità non viene riconosciuta, il rancore si irrigidisce.
La psicologia culturale aggiunge un altro tassello: trattenere rancore è, in molte culture, un modo per regolare i confini sociali. È un segnale che una norma è stata violata e che la relazione, così com'è, non è più sicura. Non è solo un dolore privato, ma un messaggio relazionale. E quando quel messaggio non viene ascoltato, il rancore si cronicizza. A volte basta un episodio minuscolo: una frase detta con leggerezza, un silenzio nel momento sbagliato, un gesto che non arriva. Altre volte qualcosa di più grande: un tradimento, una promessa infranta, un confine violato. Ma ciò che conta non è la dimensione dell'evento, bensì il modo in cui si incastra con la nostra storia emotiva. È come se la mente incapace di integrare quella ferita, la congelasse. E ogni volta che ci pensiamo, il ghiaccio scricchiola.
Nelle relazioni affettive, il rancore può diventare un terzo incomodo silenzioso. Non sempre si manifesta con esplosione di rabbia; spesso prende la forma di un distacco sottile, di un sarcasmo pungente, di una freddezza che non si riesce a spiegare. È un modo di comunicare un dolore che non ha trovato ascolto. Immagina una coppia in cui uno dei due si è sentito tradito da una promessa non mantenuta. Nessuno ne parla più, ma ogni gesto quotidiano viene filtrato attraverso quella ferita. Una battuta innocente diventa un affronto, un ritardo un segnale di disinteresse, un silenzio un ulteriore conferma. La relazione si trasforma in un campo minato: si cammina con cautela, ma il terreno è già instabile. Il rancore, per quanto doloroso, ha una funzione: protegge. È una corazza emotiva che ci illude di avere controllo, di non essere più vulnerabili. Ma come tutte le corazze, irrigidisce. Irrigidisce la visione dell'altro, che diventa solo "colui che mi ha ferito". Irrigidisce la visione di sé, che si cristallizza nel ruolo della vittima. Mantiene attivo lo stress, consuma energia mentale, impedisce la riparazione delle relazioni. E come tenere in mano un carbone ardente sperando che bruci qualcun altro: alla fine, l'unico a scottarsi sei tu.
Liberarsi dal rancore non è un atto, ma un processo. Non significa dimenticare, né tantomeno giustificare ciò che è accaduto. Significa smettere di far dipendere il proprio benessere da un evento passato. Il primo passo è riconoscere la ferita: darle un nome, guardarla senza paura. Poi accettare l'impossibilità di cambiare il passato: il rancore spesso nasce dal desiderio impossibile che le cose siano andate diversamente. Distinguere tra responsabilità e intenzione e può aiutare: a volte l'altra sbagliato senza voler ferire, e questa consapevolezza può allentare la tensione emotiva.un passaggio fondamentale esplicitare il bisogno nascosto di rancore: rispetto, ascolto, riconoscimento, sicurezza quando quel bisogno viene nominato, il rancore perde parte della sua forza. Infine, arriva la scelta: cosa fare della relazione? A volte il perdono apre la strada a una nuova forma di vicinanza; altre volte significa lasciarla andare.
Esiste poi una forma di rancore ancora più silenziosa e corrosiva: quella rivolta verso se stessi. È il rimprovero per non aver visto, per non aver capito, per aver creduto troppo o troppo poco. È un rancore che non ha un "altro" da cui liberarsi, è proprio per questo può diventare più duro. Qui il lavoro psicologico consiste nel trasformare l'autocritica in auto-compassione. Non si tratta di assolversi da tutto, ma di riconoscere che l'errore è parte dell'esperienza umana. Che la persona che eravamo allora ha fatto il meglio che poteva con le risorse che aveva.
Il rancore parla di dolore, di confini violati, di bisogni non ascoltati. Ma parla anche di giustizia, di equità, di dignità. Non è un nemico da combattere, ma un messaggero da comprendere. Quando lo si accoglie e lo si elabora, può trasformarsi in una nuova consapevolezza di sé degli altri. Non cancella ciò che è accaduto, ma permette di non esserne più prigionieri. E forse, proprio lì, dove il debito emotivo finalmente si estingue e la norma morale viene riscritta, può nascere qualcosa di nuovo: una rinnovata serenità con se stessi e, talvolta, una riappacificazione anche con l'altro.
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


