La delusione per ciò che l’altro non è
C'è un momento, nelle relazioni, in cui l'altro smette di essere l'immagine che avevamo costruito e torna a essere semplicemente se stesso. Un istante minuscolo, quasi impercettibile, ma lascia una scia emotiva profonda: la delusione. Non quella rumorosa, fatta di litigi e porte sbattute. Quella silenziosa, che nasce quando l'altro non coincide con ciò che speravamo, con ciò che avevamo immaginato, con ciò che avremmo voluto ricevere. È un dolore sottile, perché non c'è un colpevole. Non c'è un torto evidente. C'è solo la realtà che si presenta a nuda, senza abbellimenti, che ci ricorda che l'altro non è stato creato per soddisfare le nostre aspettative. Eppure, dentro di noi, qualcosa si incrina.
Nelle relazioni portiamo sempre un desiderio segreto: che l'altro ci capisca senza spiegazioni, che ci dia ciò che ci manca, che colmi i nostri vuoti, che faccia quel gesto che per noi sarebbe naturale. Ma l'altro non vive nel nostra testa. Vive nella sua. E allora arriva quella sensazione di impotenza che brucia. Vorremmo che l'altro fosse diverso, più attento, più sensibile, più simile a noi. Vorremmo che facesse, "quella cosa lì", quella che per noi è ovvia, quella che ci farebbe sentire amati. Ma non accade. E più insistiamo, dentro o fuori noi, più ci sentiamo piccoli, frustrati, soli. E come bussare a una porta che non si apre, non perché chi è dentro non voglia aprire, ma perché non sente il rumore.
Questa dinamica non riguarda solo le coppie. È universale. Accade nelle famiglie, dove i figli e genitori si deludono da anni senza mai dirselo davvero. I figli vorrebbero genitori più presenti, più morbidi, più capaci di vedere oltre le parole. I genitori vorrebbero figli più riconoscenti, più vicini, più simili a ciò che avevano immaginato quando eravamo piccoli. E invece, ognuno resta intrappolato nella propria natura, nella propria storia, nei propri limiti. E la delusione si accumula come polvere negli angoli: non la vedi, ma la respiri.
Anche nelle amicizie, dove ci aspettiamo che l'amico ci sostenga come noi sosteniamo lui, che abbia la nostra stessa idea di lealtà, di presenza, di cura. Ma gli amici sono quelli che sono: a volte profondi, a volte distratti, a volte generosi, a volte incapaci di esserci quando ne avremo più bisogno. E non perché non ci vogliano bene, ma perché non possono darci ciò che non hanno.
Accade in relazioni affettive, forse più che altrove. Il partner diverso da noi, e spesso è proprio questa diversità ad averci attratto all'inizio. Ma col tempo, quella stessa diversità può diventare una fatica. Vorremmo che l'altro reagisse come reagiremmo noi, che sentisse come sentiamo noi, amasse come amiamo noi. E invece no. L'altro ama a modo suo, sente a modo suo, vive a modo suo. E l'amore, quello vero, nasce proprio lì: nella capacità di integrare questa diversità senza volerla cancellare.
Il problema non è la delusione in sé. E' ciò che facciamo quando arriva. Se la ingoiamo, se la nascondiamo, se la lasciamo sedimentare, se diventa tensione, irritazione, distanza e diventa quel "niente" che pesa come un macigno. Diventa un accumulo silenzioso che un giorno esplode di rabbia sproporzionata, che sorprende chi la riceve e spesso anche chi la esprime. Perché nessuno dei due aveva dato un nome a quel sospeso.
La verità è che la delusione nasce dal nostro bisogno che l'altro sia diverso. E quel bisogno è umano, comprensibile, ma anche pericoloso. Perché ci mette in una posizione di dipendenza: "ho bisogno che tu faccia questo per sentirmi bene". E se non lo fai, io soffro. Ma l'altro non può essere ciò che non è. E noi non possiamo continuare a chiederglielo senza ferirci.
La crescita personale non è rassegnazione. Non è dire "va bene tutto". È imparare a vedere l'altro per quello che è, non per quello che vorremmo. È accettare che alcune cose non arriveranno mai, e che possiamo comunque stare bene. Smettere di lottare contro la realtà e iniziare dialogare con essa. Riconoscere che l'amore non è ottenere tutto ciò che desideriamo, ma imparare a stare nella verità senza distruggerla con le nostre aspettative.
Quando smettiamo di chiedere all'altro di essere diverso, succede qualcosa di semplice e rivoluzionario: iniziamo a respirare. E spesso anche l'altro respira. Le relazioni si alleggeriscono, diventano più vere, più imperfette, più possibili. Non più un campo di battaglia tra desideri e limiti, ma un luogo in cui incontrarsi davvero. Alla fine, la domanda che contano non è: "perché non fai ciò che voglio?". La domanda è: "posso stare con te, come sei?". E ancora più profondamente: "posso stare con me stesso, anche quando non ottengo ciò che desidero?". Sono domande difficili, ma sono le uniche che aprono uno spazio di libertà. Uno spazio in cui la delusione non è più una condanna, ma un'occasione per crescere, per vedere, per amare senza illusioni. Uno spazio in cui l'altro può finalmente essere reale - e noi con lui.
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


