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Tra ciò che finisce e ciò che verrà: la malinconia del cambiamento

Tra ciò che finisce e ciò che verrà: la malinconia del cambiamento
  • Dr. Maurizio Sgambati
  • 21/01/2026
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"Ogni cambiamento le sue malinconia i, perché quel che si lascia è una parte di noi: bisogna morire a una vita per entrare in un'altra". Anatole France

Il cambiamento è una soglia invisibile ma potentissima. È il passaggio da ciò che conoscevamo - e spesso amavamo - a un territorio ancora sconosciuto. Anche quando è desiderato, il cambiamento porta con sé un senso di perdita. È qui che nasce la malinconia: un'emozione dolce amara che accompagna la fine di un capitolo e l'inizio di un altro.

Il tempo sospeso della transizione

Come ha descritto William Bridges nel suo modello di transizione, ogni cambiamento significativo attraversa tre fasi: la fine, la zona neutra e il nuovo inizio. È nella zona neutra che ci sentiamo più vulnerabili: non siamo più ciò che eravamo, ma non siamo ancora ciò che diventeremo. Questa fase è spesso accompagnata da malinconia, incertezza, e talvolta da una sensazione di smarrimento. È un tempo di elaborazione, in cui il nostro sé è passato si risolve lentamente per fare spazio a una nuova identità. La tentazione di "saltare" questa fase è forte, soprattutto in una cultura che premia l'efficienza e la rapidità. Ma la psicologia ci insegna che i processi di trasformazione autentica richiedono lentezza, ascolto e pazienza. La zona neutra è un laboratorio interiore: è lì che si riorganizzano in nostre priorità, i nostri valori, nelle nostre narrazioni.

Il sé che cambia: identità, perdita e continuità

Secondo Erik Eriksson, ogni fase della vita comporta una crisi evolutiva che ci spinge a ridefinire chi siamo. Il cambiamento, quindi, non è solo un evento esterno, ma una ristrutturazione interna. La malinconia che accompagna questo processo è il riflesso emotivo di un'identità che si sta trasformando. Donald Winnicott, con il suo concetto di "spazio transizionale", ci offre un'altra chiave di lettura: per poter passare da uno Stato all'altro, abbiamo bisogno in uno spazio intermedio in cui elaborare la perdita e immaginare il nuovo. Questo spazio può essere un luogo fisico, un rituale, una relazione terapeutica, o anche un tempo dedicato all'introspezione. La continuità del sé non è data, ma costruita. Ogni volta che cambiamo, dobbiamo trovare un modo per integrare il nuovo con ciò che siamo stati. La malinconia ci aiuta a non perdere il filo, a portare con noi ciò che conta davvero.

La malinconia come segnale di attaccamento 

John Bowlby ci ricorda che ogni legame - con persone, ruoli, abitudini, luoghi - ha un valore affettivo. Quando lo perdiamo, anche volontariamente, attraversiamo un processo simile al lutto. Elizabeth Kubler-Ross ha descritto le fasi di questo processo: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. La malinconia si colloca spesso tra la depressione e l'accettazione: è il momento in cui riconosciamo la perdita, ma iniziamo anche a fare spazio al nuovo. È un'emozione che ci parla di ciò che abbiamo amato, di ciò che ci ha dato senso, e che ora non c'è più. Non va patologizzata. Va ascoltata. In un mondo che ci spinge a "stare bene" a ogni costo, la malinconia è un atto di resistenza: ci ricorda che siamo capaci di sentire profondamente.

Lasciare andare per rinascere

Come scriveva Rainer Maria Rilke: "il futuro entra in noi, per trasformarsi molto prima che accada". Il cambiamento non è solo una fine, ma anche un inizio. Tuttavia, per poter accogliere il nuovo, dobbiamo prima attraversare il vuoto. Quel vuoto che fa paura, ma che anche il grembo di possibilità. In psicoterapia, questo processo è spesso accompagnato da un lavoro di Grounding: radicarsi nel presente, riconoscere le emozioni, accettare l'incertezza. Il Grounding ci aiuta a non fuggire dal vuoto, ma restarci dentro con consapevolezza, affinché qualcosa di nuovo comincia a emergere. Il nuovo non arriva mai come un progetto già scritto. Spesso si presenta in forma di intuizione, di desiderio vago, di bisogno di autenticità. E per poterlo accogliere, dobbiamo essere disposti a non sapere, arrestare nel "non ancora.

Conclusione: la malinconia come bussola 

La malinconia, non è un ostacolo al cambiamento. È una bussola. Ci indica ciò che ha contato, ciò che ci ha formati, ciò che stiamo lasciando. E ci prepara, con delicatezza, a ciò che verrà. Perciò, se ti senti malinconico in un momento di transizione, non cercare di scacciarla. Ascoltala. È il segno che stai attraversando un confine importante. E ogni confine, per quanto incerto, è anche una porta.


Dr. Maurizio Sgambati

Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone

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