Anestesia psichica: come la mente si protegge dalla sofferenza
Quando il dolore diventa quotidiano: cosa succede alla nostra mente quando soffriamo troppo a lungo?
La sofferenza non è fatta per durare. Il nostro sistema emotivo è costruito per affrontare scosse, ma non per vivere in un terremoto continuo. Quando il dolore diventa una presenza costante - una guerra che vediamo ogni sera al telegiornale, un conflitto familiare che si ripete, una relazione che ferisce più di quanto nutra - la mente inizia a cambiare. Non per debolezza, ma per protezione.
Gli psicologi che studiano i traumi ripetuti, come Judith Herman, spiegano che il cervello si adatta quando è esposto troppo a lungo situazioni difficili. È un po' come quando si vive vicino a una ferrovia: all'inizio ogni treno fa sobbalzare, poi il rumore diventa quasi impercettibile. Con il dolore accade qualcosa di simile, ma molto più profondo.
Quando la sofferenza degli altri diventa uno sfondo
Oggi siamo esposti alla sofferenza anche quando non la viviamo in prima persona. Basta accendere il telegiornale: bombardamenti, morti civili, città distrutte. Le prime volte ci colpiscono allo stomaco. Dopo settimane, però, quelle immagini scorrono mentre prepariamo la cena. Non perché siamo diventate insensibili, ma perché il nostro sistema emotivo non può restare aperto e vulnerabile a un flusso continuo di dolore.
Lo stesso accade per strada. Il clochard dorme che dorme davanti al supermercato, la persona che chiede l'elemosina al semaforo, la signora che rovista nei cassonetti, la raccolta fondi per il disabile in tv. Le prime volte ci stringe il cuore. Poi, a forza di vederle, quella scena diventano parte del paesaggio urbano. È un fenomeno che Paul Slovic definisce "Psychic Numbing", intorpidimento psichico: più siamo esposti alla sofferenza, meno riusciamo a sentirla. Non è indifferenza. E' un meccanismo di auto-protezione: la mente riduce l'intensità delle emozioni per non essere sopraffatta.
Quando il dolore diventa un'abitudine anche nella vita privata
Qualcosa di simile accade nelle relazioni e nelle famiglie. Una donna che vive da anni una relazione piena di litigi può arrivare a non reagire più. Non perché non soffra, ma perché la sofferenza è diventata prevedibile. Racconta magari di sentirsi "spenta", come se le emozioni si fossero assottigliate. E' ciò che alcuni studiosi chiamano anestesia psichica: un modo per non essere travolti.
Anche chi si prende cura degli altri può sperimentare questo fenomeno. Charles Figley, che ha studiato la "stanchezza da compassione", descrive come l'esposizione continua il dolore altrui passa a consumare le risorse emotive. Una figlia che assiste un genitore malato da anni può arrivar a non provare più la stessa tenerezza di un tempo. Non perché non la ami, ma perché è esausta. E poi ci sono i bambini. Un ragazzo che cresce in una casa dove le discussioni sono quotidiane e poi imparare a non sentire più. Non perché sia "forte", ma perché il suo sistema emotivo ha capito che non c'è spazio per esprimersi. Gli studi sullo stress infantile mostrano che questo adattamento può influenzare la capacità di riconosce le proprie emozioni anche da adulti.
Il rischio è più grande: quando il dolore sembra normale
Uno degli effetti pensierosi dell'esposizione prolungata la sofferenza è la normalizzazione. Ci si abitua. E ciò che è un tempo sarebbe stato inaccettabile diventa routine. La guerra vista ministero diventa "una notizia come le altre". La povertà per strada diventa "parte della città". I litigi quotidiani diventano "il nostro modo di stare insieme". È un meccanismo comprensibile, ma rischioso. Quando il dolore diventa normale, diventa anche invisibile. E ciò che è invisibile non viene più nominato, ne affrontato.
Come si torna a sentire?
La buona notizia che la sensibilità non si perde per sempre. Il cervello è plastico: cambia, si adatta, può riattivarsi. Gli studi sulla neuroplasticità mostrano che, quando ritroviamo in condizioni di sicurezza, le emozioni tornano a farsi sentire. Questo può accadere in modi molto semplici: una relazione più stabile, una periodo di pausa reale, un contesto in cui si può raccontare ciò che si è vissuto senza essere giudicati, un'esperienza nuova che rompe la routine del dolore. Una persona che ha vissuto anni di conflitti può riscoprire la capacità di emozionarsi in un ambiente più sicuro. Un operatore sanitario può ritrovare empatia quando ha spazi di supervisione e sostegno. Anche chi vissuti traumi ripetuti può, gradualmente, tornare a sentire.
La sensibilità come ritorno a casa
La sensibilizzazione non è un difetto. E' un segnale. Dice che il carico è stato troppo grande, per troppo tempo. E che la mente ha fatto ciò che poteva per proteggersi. Ma la protezione, quando diventa abitudine, rischia di trasformarsi in distanza da sé ritrovare la sensibilità non significa esporsi il nuovo al dolore. Significa accorgersi che il dolore non è l'unico linguaggio possibile. Significa concedersi la possibilità di sentire anche ciò che è lieve, ciò che è buono, ciò che è nuovo. Significa scoprire che, sotto la corazza, la vita emotiva non è scomparsa: si è solo messa in pausa, in attesa di condizioni più gentili. E quando queste condizioni arrivano - una relazione più sicura, un tempo di cura, un ascolto che accoglie - la sensibilità torna. A volte lentamente, a volte all'improvviso. Ma torna. Perché sentire non è solo vulnerabilità: anche la nostra forma più profonda di presenza nel mondo.
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


