Il tempo sospeso del trauma

Il tempo sospeso del trauma
  • Dr. Maurizio Sgambati
  • 23/02/2026
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Ci sono momenti della vita che non finiscono davvero. Restano sospesi da qualche parte, come stanze chiuse a chiave dentro di noi. Continuiamo a crescere, lavorare, ad amare, a fare progetti… Eppure una parte del nostro corpo rimane ferma in quell'istante in cui qualcosa ha fatto male. È un tempo che non scorre, un frammento che non si lascia attraversare.

A volte ce ne accorgiamo all'improvviso: un rumore, un tono di voce, un gesto qualunque, e il corpo reagisce come se fosse tornato indietro di anni. Il cuore accelera, le spalle si irrigidiscono, il respiro si blocca. Non c'è pericolo, ma il corpo non lo sa. Il corpo ricorda.

È una delle intuizioni più profonde della psicotraumatologia contemporanea: il trauma non vive nella memoria come una storia, ma nel corpo come una reazione. Bessel Van der Kolk lo chiama memoria somatica, Pete Walker parla di risposte apprese nell'infanzia che continuano a guidarci da adulti. In entrambi i casi il messaggio è lo stesso: ciò che ci ha salvato allora, oggi può intrappolarci.

Quando l'oggi assomiglia troppo a ieri

In terapia, questo fenomeno si manifesta spesso in modi sottili, quasi quotidiani. Un paziente racconta che quando il partner alza la voce - anche solo per entusiasmo - sente il cuore accelerare. Mentre lo dice, porta una mano al petto. Non stare reagendo al partner: sta reagendo a un padre che urlava, a un corpo che è imparato a contrarsi per proteggersi.

Un uomo, competente e stimato, si blocca quando il capo gli chiede un chiarimento. "Mi sento come se avessi fatto qualcosa di grave", dice. Il suo corpo interpreta un semplice feedback come una minaccia, perché un tempo ogni errore aveva un costo emotivo altissimo.

Una giovane donna si scusa continuamente, anche quando non ha fatto nulla. In seduta emerge che da bambina chiedere scusa era l'unico modo per evitare il conflitto. Il suo corpo non ha ancora aggiornato quella strategia.

Queste reazioni non sono "esagerate". Sono coerenti con un passato che non ha ancora trovato pace.

Il corpo come archivio emotivo

Van der Kolk lo sintetizza così: "il corpo accusa il colpo". Non perché siamo fragili, ma perché il corpo è stato il primo luogo in cui il trauma è arrivato. Il battito che accelera, respiro che si blocca, le spalle che si irrigidiscono: sono tutte risposte che un tempo ci hanno protetto. Walker le descrive come risposte "4F": 

  • Fight (Lotta): Reazione aggressiva o assertiva per stabilire confini.
  • Flight (Fuga): Tendenza al perfezionismo o all'iperattività per evitare il dolore.
  • Freeze (Congelamento): Dissociazione o isolamento quando la minaccia sembra insormontabile.
  • Fawn (Sottomissione): Comportamento compiacente per placare l'aggressore e prevenire il conflitto. 
     

Non sono difetti di carattere, ma strategie di sopravvivenza rimaste attive e troppo a lungo. 

Un piccolo lavoro espressivo per dar voce all'emotività congelata 

Nella pratica clinica, uno dei passaggi più delicati è aiutare la persona dare forma a ciò che sente, senza forzarla a rivivere il dolore né riattivare il trauma. Un lavoro espressivo semplice, rispettoso e graduale può creare un ponte tra il corpo e la consapevolezza. Ci sono tantissime tecniche terapeutiche di tipo regressivo (Gestalt, Ipnosi, Somatic experiencing, EMDR, Timeline, Footprints...) in cui il lavoro è espressivo, emotivo e creativo, non limitatamente legato alla comprensione cognitiva. Si invita ad esempio a:

  • Ripensare ad un momento recente in cui la persona ha reagito "troppo". Un fastidio, una chiusura improvvisa, un gesto automatico.
  • Notare dove si manifesta nel corpo. Gola, petto stomaco, spalle. Sentire, osservare, collocare.
  • A dare una forma, una immagine a quella sensazione. Un colore, un oggetto ovvero una consistenza. Qualcosa che rappresenti ciò che si sente, senza giudizio.
  • A dialogare con quella parte sotto forma di immagine mentale.
  • A notare cosa accade dopo. A volte nulla. A volte il respiro si allenta. A volte emerge un'emozione che non aveva spazio.

Ovviamente la tecnica è più complessa dell'esempio riportato e non mira "risolvere" il trauma in modo semplicistico; rappresenta un modo si cerca di aprire un varco: un luogo interno in cui il corpo può iniziare a riconoscere che oggi è diverso da ieri. Il passato non scompare, ma può smettere di guidare. E questo è forse il punto più importante: non dobbiamo diventare persone "senza ferite", né cancellare ciò che ci ha segnati. Il lavoro non è tornare come eravamo prima, ma diventare chi possiamo essere adesso. Quando il corpo comincia a riconoscere che il presente è davvero presente, qualcosa cambia in profondità. 

Non è un cambiamento spettacolare, non è uno "prima e dopo". E più simile a un lento riallineamento interno: un muscolo che si distende, un respiro che torna, una parte che finalmente si sente vista. E allora accade una cosa semplice ma rivoluzionaria: non reagiamo più come se fossimo ancora lì. Non è il trauma a sparire. Siamo noi a tornare in movimento. In quel movimento - a volte impercettibile, a volte sorprendente - c'è la possibilità di una vita che non è più governata dalla paura, ma dalla presenza. Una vita in cui possiamo scegliere, rispondere, dire "no", dire "sì", restare, andare, fermarci. Una vita in cui il corpo non è più un campo di battaglia, ma un luogo abitabile. Il passato ci ha protetti. Il presente può finalmente accoglierci. Ed è lì, in questo incontro tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando, che comincia davvero la guarigione.


Dr. Maurizio Sgambati

Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone

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