Patologia e Trauma: verso una psicologia dell'anima
Nel cuore della psicologia archetipica di James Hillman pulsa una visione rivoluzionaria: la sofferenza psichica non è un errore da correggere, ma un’espressione dell’anima. In un’epoca dominata dalla ricerca ossessiva del benessere e della normalità, Hillman ci invita a ribaltare la prospettiva: non siamo qui per guarire l’anima, ma per ascoltarla. E spesso, l’anima parla proprio attraverso ciò che chiamiamo "patologia".
La patologizzazione come atto creativo dell'anima
Per Hillman, la psiche non è una macchina biologica da ottimizzare, ma universo immaginabile, popolato da figure, miti, immagini e archetipi. In questo contesto, la patologizzazione non è un malfunzionamento, ma una funzione naturale è necessaria. È il modo in cui l'anima si differenzia, si approfondisce, si racconta. Hillman afferma che "la psiche ama la patologia. Ama i suoi sintomi come ama i suoi sogni". La depressione, l'ansia, le fobie, le ossessioni: ogni sintomo è una metafora, un'immagine vivente che chiede di essere vista, non eliminata. La psicologia moderna tende a classificare e curare, ma Hillman ci chiede di contemplare e comprendere. La domanda non è "come guarire? ", Ma" cosa significa questa sofferenza?".
Il trauma come evento iniziatico
Nella visione hillmaniana, il trauma non è solo una ferita da rimarginare, ma un passaggio archetipico, un momento di rottura che apre ha una nuova profondità. Il trauma è inevitabile, perché vivere significa esporsi alla perdita, dal fallimento, il dolore. Ma è proprio in questo crepe che l'anima trova spazio per emergere. Il trauma, allora, non è solo un evento clinico, ma un'esperienza mitica. Come nelle antiche iniziazioni, esso disintegra l'identità precedente per permettere la nascita in una nuova visione di sé. Non si tratta di "superare" il trauma, ma di abitarlo, di lasciarsi trasformare da esso.
Una nuova etica della cura
Questa prospettiva ha profonda implicazioni per la pratica terapeutica. Il terapeuta non è un tecnico della mente, ma un accompagnatore dell'anima. Il suo compito non è normalizzare, ma aiutare il paziente a trovare senso, immagine, narrazione nella propria sofferenza. La terapia diventa un atto estetico, poetico, immaginale. In questo contesto, anche il linguaggio cambia: non si parla più di "disturbi", ma di "figure"; non "guarigione", ma di "trasformazioni"; non di "malattia", ma di "viaggi". La psiche non vuole essere aggiustata, vuole essere ascoltata.
Patologia come destino
Hillman ci invita a considerare che ciò che ci fa soffrire potrebbe essere parte integrante del nostro Diamon, della nostra vocazione più profonda. La patologia non è uno spacco al nostro destino, ma la sua forma più autentica. In questo senso, ogni sintomo può essere letto come un messaggero del nostro mito personale. Hillman afferma "il tuo destino non è qualcosa che ti accade. È qualcosa che ti chiama". Accettare la patologi come parte del nostro cammino significa abbracciare la complessità dell'esistenza, rinunciare alla perfezione e aprirsi alla bellezza imperfetta della vita interiore.
Conclusione: verso una psicologia dell'anima
In un mondo che medicalizza ogni disagio e promette soluzioni rapide, Hillman ci ricorda che l'anima ha bisogno di profondità, non di efficienza. La sofferenza non è un errore, ma un invito. Un invito a scendere, a sentire, immaginare. A vivere poeticamente. Accogliere la patologizzazione e il trauma come elementi inevitabile persino necessario del nostro percorso significa restituire dignità alla psiche. Significa riconoscere che l'anima non cerca la guarigione, ma il significato. E che, forse, è proprio attraverso le nostre ferite che possiamo diventare interi.
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


