Il bisogno d'amore che diventa sintomo
Da bambini si impara presto a decifrare gli sguardi degli adulti. Alcuni scoprono, troppo presto, che il loro non basta a ricevere attenzione, cura ed amore: non suscita orgoglio, non accende tenerezza, non attira attenzione. Così iniziano a fare ciò che sembra funzionale: diventare bravi e adattarsi. È l'inizio della storia che spesso continua anche da adulti, quando quel bisogno antico di essere riconosciuti, amati, non si è mai davvero placato.
In analisi transazionale, questa dinamica viene descritta come fame di riconoscimento: una necessità primaria, non un capriccio. Berne la considera una spinta fondamentale dell'essere umano mentre Steiner sottolinea che la mancanza di carezze positive porta al bambino a cercare qualunque forma di attenzione, anche negativa. In psicodinamica, Winnicott parlerebbe di falso sé: un adattamento precoce che permette di sopravvivere in un ambiente che non accoglie la spontaneità.
Il bravo bambino che non viene mai visto
Molti adulti raccontano una storia simile: "ho fatto tutto quello che dovevo. Ho studiato ciò che volevano. Ho scelto un lavoro "serio". Ho costruito una vita che avrebbero dovuto renderli orgogliosi. Eppure non è bastato".
L'adattamento, infatti, non produce riconoscimento. Il bambino che si adatta diventa invisibile proprio perché funziona troppo bene. Non crea problemi, non disturba, non reclama. È "facile da gestire". E così, paradossalmente non viene visto. È il copione del "sii perfetto" o del "compiaci": se faccio tutto bene, prima o poi qualcuno mi vedrà. Ma quel "prima o poi "non arriva quasi mai.
Quando adattarsi, non basta: il corpo e il comportamento diventano linguaggio
Quando la strategia dell'adattamento fallisce, alcune persone sviluppano modalità più intense per essere notate. Non si tratta di scelte consapevoli, ma dei movimenti interni antichi, quasi automatici.
Il corpo che chiede cura
In alcuni casi, il corpo diventa luogo in cui si concentra la domanda di attenzione. Sintomi ricorrenti, preoccupazioni ipocondriache, ansia, fobie, depressione: non per manipolare, ma per comunicare qualcosa che non ha trovato parole. Il messaggio implicito è: "se sto male, forse finalmente qualcuna si accorgerà di me". E spesso funziona. La famiglia si mobilita, si preoccupa, si avvicina. È un riconoscimento disfunzionale, ma pur sempre un riconoscimento.
L'espressività che diventa amplificazione
Altre persone sviluppano uno stile relazionale più teatrale, più intenso, più colorato. Non è superficialità: è un modo rendersi visibili in un mondo che non li ha mai guardati davvero. La persona ionica non "esagera" per natura. Ha imparato che per essere vista, deve aumentare il volume emotivo. Vestirsi in un dato modo, soprattutto appariscente, ammiccare, sedurre. Le emozioni vengono espresse in modo vivido, per il bisogno di essere al centro dell'attenzione, per poter sparire quando questa l'attenzione ricevuta si sposta altrove. È un funzionamento che nasce da una ferita, non da un difetto.
La ribellione all'adattamento: quando il bisogno diventa identità
I sintomi istrionici e il malessere che si cronicizza non sono solo richieste di attenzione: sono una forma di ribellione al vecchio adattamento. Se essere bravi non ha funzionato, allora la persona attenta alla strada opposta: "mi vedrete perché sto male. Mi vedrete perché ho bisogno". È un'inversione del copione: dal "sii perfetto" al "sii bisognoso". E spesso si accompagna in una posizione di vittima, non per manipolare, ma perché l'unico modo appreso per attivare la cura dell'altro. In molte famiglie, questa dinamica attiva il triangolo drammatico di Karpaman:
- La persona assume il ruolo di Vittima;
- Un parente si colloca nel ruolo di Salvatore;
- Quando il salvatore, stremato, si rende conto che l'aiuto non ha sortito effetti curativi, vira verso il ruolo di Persecutore.
È una configurazione che dà attenzione, ma non riconoscimento. È come tutte le attenzioni basate sull'emergenza, non può durare.
La paura più grande: "se mi mostro davvero, vi perdo"
Sotto tutte queste strategie - l'adattamento, l'istrionicismo, i sintomi - c'è una profonda convinzione: "se mi faccio vedere per ciò che sono davvero, perdo il legame con la mia famiglia". È un timore antico, radicato nell'infanzia, quando il legame con le figure di riferimento era questione di sopravvivenza. Il bambino percepisce presto che alcune parti di sé non sono accettate le mette via. Mostrarsi autentici diventa una ribellione proibita. Non perché la persona non voglia farlo, ma perché teme che l'autenticità compatto un prezzo troppo alto: la perdita definitiva di quel riconoscimento affettivo che ha inseguito per tutta la vita. È un paradosso crudele:
- Per essere amato, rinuncia a sé stesso
- Ma rinunciando a se stesso, non viene amato davvero.
Il punto di svolta: riconoscersi senza perdersi
Il cambiamento non arriva quando finalmente i genitori vedono ciò che non hanno mai visto. Arriva quando l'adulto inizia a guardare la propria storia con occhi nuovi. Quando comprende quel bisogno non è patologico, ma umano. Quando riconosce che il proprio valore non può dipendere da uno sguardo esterno. Quando impari distinguere tra ciò che fa per essere amato e ciò che fa perché lo sente davvero. La terapia diventa loro un luogo in cui sperimentare un riconoscimento diverso: non condizionato, non drammatizzato, non legato alla malattia o alla performance. Come scriveva Winnicott, "essere se stessi e l'unico modo per vivere". E forse, per molti, questo è il primo vero atto di libertà: smettere di cercare di essere visti dagli altri e iniziare, finalmente, a vedersi.
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


