Quando aiutare logora: il paradosso dell’aiuto non riconosciuto

Quando aiutare logora: il paradosso dell’aiuto non riconosciuto
  • Dr. Maurizio Sgambati
  • 28/01/2026
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Aiutare è un gesto nobile. Ma cosa accade quando l'aiuto non viene riconosciuto, accolto o addirittura viene respinto con rabbia o pretese? In questi casi, che offre supporto può ritrovarsi svuotato, frustrato, persino colpevolizzato. È un'esperienza emotivamente logorante, che mette in crisi non solo la relazione, ma anche il senso di sé.

Il triangolo drammatico: salvatore, vittima, persecutore

Stephen Karpman ha descritto questa dinamica nel suo "triangolo drammatico", dove i ruoli di Salvatore, Vittima e Persecutore si alternano in modo inconsapevole. Chi parte con l'intento di "salvare" l'altro può ritrovarsi rapidamente nel ruolo di Vittima, accusato di non aver fatto abbastanza. L'altro, invece di esprimere gratitudine, assume il ruolo del Persecutore, alimentando un circolo vizioso di frustrazione e risentimento.

Chi aiuta: tra altruismo e bisogno di valore

Chi offre aiuto spesso lo fa con intenzioni sincere. Ma non sempre consapevole delle motivazioni più profonde che lo muovono. In molti casi, l'aiuto diventa una strategia relazionale appresa: un modo per sentirsi utili, indispensabili, amabili. Winnicott parlava della "falsa compiacenza" come adattamento precoce: il bambino impara a essere ciò che l'altro si aspetta, rinunciando al proprio sentire autentico. In età adulta, questo può tradursi in un'identità costruita sull'accudimento dell'altro. Aiutare diventa allora un modo per ottenere approvazione, sentirsi "buoni", per evitare il rifiuto. Ma quando l'altro non risponde come sperato, il senso di frustrazione è inevitabile si attiva un copione relazionale in cui il valore personale è legato alla capacità di essere utile.

Chi svaluta: difese, rabbia e paura della dipendenza

Dall'altra parte, chi riceve l'aiuto può reagire con chiusura, svalutazione o aggressività. Perché? Spesso l'aiuto viene vissuto come un' invasione, un giudizio implicito ("non sei capace da solo"), o una minaccia all'autonomia. In alcuni casi, la svalutazione è una difesa narcisistica: rifiuto l'aiuto per non sentirmi debole, per non dover riconoscere un bisogno che mi fa vergognare. Altre volte, chi svaluta ha interiorizzato un modello relazionale in cui la dipendenza è pericolosa, e quindi reagisce con rabbia a ogni gesto di cura. L'aiuto viene percepito come un tentativo di controllo, e la gratitudine lascia spazio alla resistenza.

Quando il confine scatena la regressione

Nel momento in cui si pone un confine - quando si dice "basta", "non posso più", "non è mio compito" - può scattare una reazione regressiva nell'altro. Emergono atteggiamenti infantili di ricatto, offesa, rivendicazione. Il messaggio implicito è: "se mi aiuti, non va bene. Se non mi aiuti, sei cattivo." È una dinamica binaria, tipica di un funzionamento emotivo immaturo, dove l'altro non riesce a tollerare la frustrazione, né a riconoscere la legittimità del limite altrui. Il confine viene vissuto come un abbandono o un tradimento, e la risposta può essere manipolatoria, colpevolizzante, persino vendicativa. Queste reazioni non vanno interpretate solo come "maleducazione" o ingratitudine, ma come segnali di una difficoltà profonda a gestire la dipendenza, la delusione, la frustrazione. Tuttavia, comprenderle non significa giustificarle né subirle.

Il confine tra sostegno e invasione

Aiutare non deve mai significare annullarsi. Quando si oltrepassano i confini dell'altro - offrendo soluzioni non richieste, sostituendosi alla sua responsabilità, imponendo la propria visione - l'aiuto si trasforma in intrusione. L'altro può sentirsi controllato, giustificato, infantilizzato. E reagire con rabbia o chiusura. In ottica sistemica, questo genera una relazione simmetrica sbilanciata, dove uno dà e l'altro prende, ma senza reciprocità. Il rischio è alimentare una dipendenza relazionale o una resistenza passiva.

Non si può salvare chi non vuole essere salvato

È una verità difficile da accettare: non possiamo aiutare chi non è pronto, chi non chiede, o chi si aspetta da noi qualcosa che non ci spetta dare. L'altro ha il diritto di non voler cambiare, di non essere pronto, di non riconoscere il nostro gesto. E noi abbiamo il diritto - anzi, il dovere - di proteggerci da relazioni che ci consumano.

Dire "basta" è un atto di cura verso se stessi

Imparare a dire "basta" non è egoismo, ma auto-protezione. È il momento in cui si smette di rincorrere l'approvazione si comincia a onorare la propria dignità. È un confine sano, che permette di esserci per l'altro senza perdersi in lui. Carl Rogers parlava di "congruenza" come condizione fondamentale per relazioni autentiche: essere in contatto con il proprio sentire, e agire in coerenza con esso. Dire "no" quando si è stanchi, delusi o invasi è un atto di congruenza.e quindi, di autenticità.

In conclusione

Aiutare un gesto potente, ma solo se nasce da un luogo libero, consapevole, non condizionato dal bisogno di essere visti o amati. Quando l'aiuto diventa un modo per colmare i propri vuoti, rischia di trasformarsi in una trappola emotiva. Aiutare non deve mai significare annullarsi. E dire "basta" può essere il primo passo per tornare a prendersi cura di sé. Anche se questo scatena reazioni infantili, anche se l'altro si offende. Perché il confine è il primo atto d'amore verso se stessi.


Dr. Maurizio Sgambati

Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone

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