La violenza agita dalle donne sugli uomini: un fenomeno invisibile

La violenza agita dalle donne sugli uomini: un fenomeno invisibile
  • Dr. Maurizio Sgambati
  • 04/02/2026
  • visite: 887

Nel dibattito pubblico e clinico sulla violenza nelle relazioni intime, l'attenzione si concentra quasi esclusivamente sulla violenza maschile contro le donne. Questa focalizzazione ha avuto - ed ha tutto - una funzione storica, sociale e politica fondamentale. Tuttavia, quando un paradigma diventa totalizzante, rischia di produrre nuove zone d'ombra. Una di queste riguarda le violenza psicologica, verbale e fisica agita dalle donne nei confronti degli uomini all'interno delle relazioni affettive.

Parlarne non significa negare o minimizzare la violenza maschile, né tantomeno adotta una logica di contrapposizione tra generi. Significa, piuttosto, restituire complessità a un fenomeno relazionale che, per definizione, non può essere ridotto a una sola direzione.

Le evidenze empiriche: cosa dice la ricerca

A partire dagli anni 70, diversi studi hanno messo in discussione l'idea che la violenza di coppia sia un fenomeno unidirezionale le ricerche di Murray Straus e Richard Gelles, attraverso la Conflict Tactics Scale (CTS) , hanno mostrato come le condotte violente (fisiche e verbali, siano spesso bidirezionali, con percentuali non trascurabili di violenza agita anche la delle donne. Michael P. Johnson ha successivamente distinto tra "intimate terrorism" e "situational couple violence", evidenziando come solo una parte della violenza di coppia sia caratterizzata dal controllo coercitivo sistematico, mentre un'altra - molto più frequente - emerge da dinamiche conflittuali disfunzionali in cui entrambi i partner possono agire comportamenti aggressivi. In quest'ultima tipologia, la violenza femminile risulta statisticamente comparabile a quella maschile, soprattutto sul piano psicologico e verbale. Studi più recenti (es. Hamby, Archer, Dutton) confermano che la violenza femminile è spesso sottostimata, anche a causa di bias culturali che rendono difficile riconoscerla e nominarla.

La violenza psicologica: la forma più diffusa è meno riconosciuta

Se la violenza fisica agita dalle donne, tende a essere minimizzata o ridicolizzata, la violenza psicologica e verbale è ancora più invisibile. Eppure, la letteratura Clinica concorda sul fatto che essa possa avere effetti profondi duraturi sull'identità, sull'autostima e sul funzionamento emotivo della vittima.tale modalità più frequenti troviamo:

  • Svalutazione sistematica e umiliazione.
  • Gaslighting.
  • Ricatto emotivo.
  • Minacce di abbandono di distruzione dell'immagine sociale.
  • Uso strumentale dei figli.
  • Alternanza di idealizzazione e disprezzo.

Questi pattern sono stati descritti in diversi modelli teorici, non sono nell'ambito del narcisismo patologico, ma anche nelle organizzazioni borderline, nei modelli di attaccamento disorganizzato e nelle dinamiche di dipendenza affettiva.

Oltre il narcisismo patologico e la "mascolinità tossica"

Negli ultimi anni, il concetto di narcisismo patologico è diventato una chiave interpretativa quasi universale, spesso applicata in modo semplicistico e genderizzato. Analogamente, l'idea di mascolinità tossica viene utilizzata come spiegazione onnipresente della sofferenza relazionale. Sebbene questi costrutti abbiano una loro validità, il loro uso esclusivo rischia di:

  • Patologizzare un solo genere, quello maschile.
  • Oscurare le responsabilità relazionali reciproche, sia maschili che femminili.
  • Rendere invisibile la sofferenza maschile.
  • Scoraggiare gli uomini dal chiedere aiuto.

Autori come Donald Dutton hanno sottolineato come anche le donne possono manifestare stili di attaccamento insicuro, rabbia relazione cronica, comportamenti di controllo e aggressività, senza che ciò venga automaticamente riconosciuto come violenza.

Il silenzio degli uomini: vergogna, stigma e mancato riconoscimento

Dal punto di vista clinico, molti uomini vittime di violenza psicologica o fisica riferiscono una profonda difficoltà nel raccontare la propria esperienza. La vergogna, il timore di non essere creduti, la paura di essere ridicolizzati o accusati di "debolezza" agiscono come potente i meccanismi di silenziamento. Questo è coerente con quanto descritto da vari modelli di psicologia sociale: quando una narrazione culturale dominante non prevede la possibilità di una vittima maschile, l'esperienza soggettiva fatica a trovare una rappresentazione simbolica.

Implicazioni cliniche e responsabilità etica

Per i professionisti della salute mentale, ignorare la violenza agita dalle donne significa rischiare di:

  • Invalidare l'esperienza del paziente.
  • Rinforzare dinamiche traumatiche.
  • Colludere inconsapevolmente con narrazioni ideologiche.
  • Perdere informazioni clinicamente rilevanti.

Un approccio realmente etico e scientifico richiede di valutare la violenza in quanto tale, indipendentemente dal genere di chi l'agisce, mantenendo uno sguardo attento alle asimmetrie di potere, ma senza negare la complessità delle dinamiche relazionali.

Conclusione

Riconoscere la violenza psicologica, verbale e fisica agita dalle donne nelle relazioni con gli uomini non significa "fare una guerra dei sessi", ma restituire dignità la sofferenza umana in tutte le sue forme. La psicologia, se vuole restare fedele alla sua vocazione clinica scientifica, non può permettersi zone cieche dettate da tabù culturali. Parlare anche di questo fenomeno è un atto di responsabilità, di cura e in ultima analisi, di verità.


Dr. Maurizio Sgambati

Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone

  • Condividi!


P.I. 01577670936
Iscritto all’Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia col n. 787 dal 10-09-2005
Contatti
© 2024. «powered by Psicologi Italia». È severamente vietata la riproduzione.