Quando manipolare è sopravvivere: un viaggio empatico nella mente di chi usa l’altro
Ci sono persone che manipolano senza rendersene conto. Non perché siano crudeli, ma perché hanno imparato molto presto che l'altro è l'unico appiglio per non sgretolarsi. Per loro la manipolazione non è un atto di potere: è un tentativo disperato di sopravvivenza emotiva. Per comprenderli davvero bisogna avvicinarsi con delicatezza, come si farebbe con qualcosa che si incrina al minimo tocco. Il loro senso di sé è fragile, instabile, costruito in contesti in cui le emozioni non venivano contenute ma esplodevano o venivano negate. La teoria dell'attaccamento mostra come figure incoerenti o assenti generino un bisogno costante di conferme esterne; l'analisi transazione racconta un bambino adattato che imparato a compiacere, controllare, sedurre o confondere pur di essere visto; la prospettiva sistemico-relazionale ricorda che l'altro, nella loro storia, non era solo una presenza, ma un regolatore necessario di stati interni troppo intensi. Tutto questo si traduce in un vissuto profondo che non viene pensato ma sentito: "da solo non valgo. Da solo non reggo. Da solo non esisto".
Da qui nasce la paura che precede ogni gesto manipolativo: la paura dell'abbandono, del rifiuto, dell'irrilevanza, della possibilità di essere visti davvero e non piacere. È una paura così intensa da risultare intollerabile, e allora si trasforma in azione: controllo, colpa, ambiguità, pressione. La manipolazione diventa la forma che prende la paura quando non può essere nominata. Ma sotto la paura c'è anche la vergogna, quella identitaria, che non riguarda ciò che si fa ma ciò che si è: la vergogna di avere bisogno, di dipendere, di non essere autonomi, di non saper stare in relazione senza strategie. È una vergogna così insopportabile da essere spostata fuori, sull'altro, attraverso proiezioni e giochi psicologici che proteggono dal contatto con la propria vulnerabilità. Il messaggio implicito diventa: "non sono io ad essere fragile: sei tu che mi costringi a reagire così". La vergogna resta invisibile, ma guida la scena come un regista nascosto.Al centro della manipolazione c'è un bisogno antico: essere rassicurati, contenuti, scelti. Il manipolatore non vuole dominare: vuole sentirsi al sicuro, ma non sa chiederlo. Nella sua storia, la vulnerabilità è stata punita o ignorata, e così il bisogno prende strade indirette: far sentire l'altro in colpa, creare dipendenza, di stabilizzare per poi offrire sollievo, costruire narrazioni in cui lui è indispensabile.
Da fuori può sembrare forte, brillante, sicuro; dentro, spesso, è profondamente solo. Non può fidarsi davvero, perché teme di essere ferito; non può affidarsi, perché significherebbe consegnare all'altro il potere di distruggerlo; non può mostrarsi, perché teme che la sua fragilità sia inaccettabile. Ogni relazione diventa un campo minato in cui deve proteggere la propria immagine, non sembrare mai inferiore, non mostrare bisogno, mantenere un controllo apparente. Clinicamente, è una dipendenza relazione mascherata: ha bisogno dell'altro, ma non può ammetterlo. Più manipola, più si isola; più si isola, più manipola per non sentire il vuoto.
A volte, raramente però, arriva un momento di rottura: una relazione che si spezza, un partner che se ne va, un figlio che si allontana. Le vecchie strategie non funzionano più, e per la prima volta affiora una domanda diversa: "che cosa sto cercando davvero quando faccio così?". È un momento doloroso ma fertile, in cui il copione può essere visto per ciò che è: una storia scritta molto tempo prima, in un altro contesto, con altri protagonisti.
Se questa domanda trova uno spazio sicuro - una terapia, una relazione che non giudica ma non si lascia usare - può iniziare un lavoro nuovo: non più "come ottenere ciò che voglio dall'altro", ma come stare in relazione senza usarlo per sopravvivere. Entrare e empaticamente nel mondo interno delle manipolatore non significa minimizzare il dolore che provoca; significa riconoscere che dietro il controllo c'è paura, dietro la durezza c'è vergogna, dietro la manipolazione c'è un bisogno antico di essere tenuti senza sentirsi in pericolo. Da qui può nascere un cambiamento reale: proteggere chi subisce, certo, ma anche aiutare chi manipola a trovare un modo nuovo di esistere in relazione, senza usare l'altro come stamparla per la propria fragilità.
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


