Quando l’amore confonde: come nascono le dinamiche manipolative e come se ne esce

Quando l’amore confonde: come nascono le dinamiche manipolative e come se ne esce
  • Dr. Maurizio Sgambati
  • 04/02/2026
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Ci sono relazioni che non iniziano con un inganno, ma con un bisogno. Relazioni in cui la manipolazione non è un gesto improvviso, ma un processo lento, quasi invisibile, che prende forma quando due storie emotive si incontrano nei loro punti più vulnerabili. Comprendere queste dinamiche non significa colpevolizzare chi resta o assolvere chi manipola: significa restituire il senso a ciò che accade e offrire strumenti per uscirne.

1. Quando l'altro diventa il tuo regolatore emotivo: secondo la teoria dell'attaccamento, quando la sicurezza interne è fragile, cerchiamo nell'altro un "regolatore esterno": qualcuno che stabilizzi ciò che è dentro non riusciamo ancora a tenere insieme. Esempio: Elena racconta "se non mi risponde, mi sento crollare". Non pensa che lui sia impegnato: pensa di aver sbagliato qualcosa. La sua calma dipende da un messaggio, non da sé. All'inizio questa dipendenza può sembrare intensità.in realtà è vulnerabilità non riconosciuta.

2. Il corpo che confonde la tensione con il legame: il sistema nervoso, come suggerisce la teoria poli vagale, impara presto cosa è "familiare". Per chi è cresciuto in ambienti imprevedibili, la calma può sembrare vuota, mentre la tensione appare come presenza. Esempio: Marco dice "quando lei è tranquilla, mi sembra distante. Quando litighiamo, invece, mi sento vivo". Non è amore: è un corpo che riconosce l'allerta e la scambia per intimità.

3. L'adattamento come forma di sopravvivenza: molti adulti che restano in relazioni manipolativi sono stati i bambini che hanno imparato a non disturbare. In analisi transazionale potremmo parlare di un copione di adattamento: "semi adatto, non perdo il legame". Da piccoli può essere stato necessario. Da adulti diventa una gabbia. Esempio: Chiara dice "preferisco cedere, così almeno non si arrabbia". Ma ogni volta che cede, perde un pezzo di sé.

4. Il bisogno di essere scelti: quando il valore personale dipende dallo sguardo dell'altro, la relazione di diventa un esame continuo. È un terreno fertile per la manipolazione: chi teme di non ballerà abbastanza è più vulnerabile a chi sa usare questo bisogno. Le credenze tipiche sono:

  • "Se mi scelgono, valgo";
  • "Se mi lasciano, c'è qualcosa di sbagliato in me";
  • "Devo farmi amare".

In ottica sistemico-relazionale, questo crea una danza complementare: uno chiede conferme, l'altro acquisisce potere.

5. Restare per la speranza, non per la realtà: molte persone non restano per ciò che vivono, ma perciò che immaginano. La speranza diventano un estetico contro il vuoto, contro la solitudine, contro l'idea di non meritare di meglio. Esempio: Luca dice "so che può cambiare, lo vedo quando vuole". Ma quei momenti sono brevi e non bastano costruire una relazione sana.quando la speranza sostituisce la realtà, diventa una trappola.

6. Uscire significa attraversare il vuoto: non si esce da una dinamica manipolativi accumulando spiegazioni. Si esce attraversando il vuoto che la relazione riempiva. È un processo di regolazione emotiva autonoma: tornare a occupar il proprio spazio interno, riconoscere la paura senza farsene governare, lasciare andare la tensione che teneva in piedi il legame. Esempio: Anna dice "quando sto sola, mi sembra di non esistere". Il lavoro terapeutico non è riempire quel vuoto, ma aiutarla a restarci senza perdersi.

7. Rinunciare all'illusione, che l'altro cambi: la liberazione arriva quando si smette di aspettare che l'altro diventi la persona che si desidera. È un atto di coraggio: scegliere l'ignoto invece della sicurezza tossica. Attraversare quella soglia fa paura, ma è lì che si apre la possibilità di un amore diverso -prima di tutto verso se stessi.

Cosa fare concretamente?

  • Riconosci il "punto di aggancio". Ogni dinamica manipolativa ha un punto di cui ti aggancia: la paura dell'abbandono, il bisogno di approvazione, la difficoltà a tollerare il vuoto, la tendenza ad adattarti. Individuarlo il primo passo per disinnescare il meccanismo.
  • Osserva come il tuo corpo risponde. Prima della mente, il corpo a dirti se sei in una dinamica tossica: tensione costante, iper-vigilanza, difficoltà a rilassarti, bisogno compulsivo di controllare l'altro. Non è "amore intenso": è un sistema nervoso in allerta.
  • Ricostruisci confini minimi e non negoziabili. Non servono muri, ma linee chiare: cosa non sei più disposto a tollerare, cosa ti fa perdere te stesso, cosa ti fa sentire piccolo. Scriverlo aiuta a trasformare la confusione in orientamento.
  • Interrompi la fantasia di salvezza. La speranza che l'altro cambi è spesso il collante più forte. Chiediti: "sto restando per ciò che vivo o per ciò che immagino?". Questa domanda, se presa sul serio, cambia la traiettoria.
  • Riporta l'attenzione su di te. La manipolazione ti sposta sempre fuori di te: verso l'umore dell'altro, i suoi bisogni, le sue reazioni. Il lavoro è tornare dentro: cosa senti, cosa vuoi, cosa temi, cosa desideri davvero.

 

Micro-esercizio: il "ritorno a casa".

Un esercizio semplice, ma potente si è fatto con continuità:

  1. Siediti in un luogo tranquillo. Chiudi gli occhi e porta l'attenzione al respiro.
  2. Chiediti: "dove sento l'attenzione nel corpo quando penso a quella relazione?" "Questa sensazione mi ricorda qualcosa di antico?".
  3. Appoggia una mano sul punto in cui senti più attivazione. Non per farla sparire, ma per riconoscerla. Ripeti mentalmente: "posso restare con me, anche se fa paura".
  4. Apri gli occhi e scrivi una frase: "oggi scelgo un gesto che mi riporta a me ". E fallo davvero: anche se è piccolo, anche se sembra insignificante.

 

Quando chiedere aiuto

  • Quando senti che la relazione ti consuma più di quanto ti nutra;
  • Quando il tuo corpo è costantemente in allerta e non riesce più a rilassarti;
  • Quando ti accorgi che stai perdendo parti di te per mantenere la relazione;
  • Quando la paura di restare solo è più forte del desiderio di stare bene;
  • Quando non riesce più a distinguere ciò che vuoi, da ciò che l'altro si aspetta;
  • Quando la speranza che l'altro cambi è diventata l'unico motivo per cui resti;
  • Quando senti che, da solo, non riesce più a vedere la situazione con chiarezza.

Chiedere aiuto è un atto di responsabilità della sulla tua vita emotiva. Il primo passo per tornare a casa, dentro di te.


Dr. Maurizio Sgambati

Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone

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Iscritto all’Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia col n. 787 dal 10-09-2005
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