Relazioni complementari e ferite invisibili: tra aggressività, fuga, manipolazione e dipendenza
In molte relazioni affettive si ripetono copioni emotivi che sembrano scritti da mani invisibili. Alcune donne si ritrovano a essere ipercritiche, giudicanti, a tratti aggressive con partner evitanti o sfuggenti. Altre, più dipendenti, si legano a uomini manipolatori, dominanti, talvolta abusanti. Queste dinamiche non sono casuali: sono l'espressione di ferite relazionali profonde, che si attraggono e si alimentano a vicenda.
Donne giudicanti e uomini evitanti: la danza della distanza
Questa dinamica è ben descritta dal modello del "ciclo protesto-ritiro" proposto da Sue Johnson nell'Emotional Focus Therapy (EFT). La partner ansiosa, temendo l'abbandono, protesta con critiche e richieste. Il partner evitante, sentendosi invaso, si ritira. Più lui si allontana, più lei rincorre. Più lei rincorre, più lui fugge. È un circuito chiuso, alimentato da paure non espresse.
Un modello meno noto ma illuminante e quello di Hal e Sidra Stone, ideatori del Voice Dialogue. Secondo loro, ogni persona è abitata da molteplici "sé interiori". Nella donna giudicante, spesso domina il "protettore-controllore", che si attiva per evitare la vulnerabilità. Nell'uomo evitante, invece, è forte il sé "distaccato", che protegge da un'intimità percepita come pericolosa. Questi sé si attraggono perché si completano, ma impediscono un incontro autentico tra parti vulnerabili.
Uomini manipolatori e donne dipendenti: la trappola della fusione
In un'altra configurazione relazionale, troviamo uomini con tratti manipolatori o narcisistici e donne con una forte dipendenza affettiva. Qui si attiva una dinamica di potere sottomissione, in cui l'uno domina e l'altra si annulla. Ma anche in questo caso, entrambi sono prigionieri di ferite antiche.
Il modello delle "coazione a ripetere" di Pierre Janet e poi di Freud ci aiuta a capire perché queste relazioni si ripetono. La donna dipendente cerca inconsciamente di rivivere e risolvere un legame primario in cui non si è sentita vista o amata. L'uomo manipolatore, spesso cresciuto in ambiente in cui l'amore era condizionato al successo o al controllo, riproduce lo stesso schema per sentirsi potente e al sicuro.
Un altro riferimento utile al concetto di "attaccamento traumatico" e elaborato da Donald Kalsched nel suo lavoro sul trauma precoce. In queste relazioni, l'amore è mescolato alla paura, e il legame diventa a forma di sopravvivenza psichica. La donna dipendente può percepire il partner manipolatore come l'unico accesso all'amore, anche se doloroso. L'uomo, a sua volta, teme inconsciamente la vulnerabilità e usa il controllo per evitarla.
Il ruolo dell'ombra e della polarizzazione
Un altro modello interessante è quello dell'ombra junghiana. In queste dinamiche, ciascun partner proietta sull'altro aspetti di sé che non riesce a integrare. La donna aggressiva proietta sull'uomo evitante la propria paura di essere rifiutata. L'uomo manipolatore proietta sulla donna dipendente la propria parte bisognosa e fragile, che disprezza. La relazione diventa così un campo di battaglia tra parti scisse, anziché un luogo di integrazione.
La psicoterapia della polarità di Richard Schwartz, creatore dell'IFS (Internal Family Systems) , offre una chiave preziosa: ogni comportamento disfunzionale è la voce di una "parte" che cerca protezione. L'aggressività, la fuga, la manipolazione, la sottomissione sono strategie di sopravvivenza emotiva. Solo accogliendo queste parti con curiosità e compassione possiamo iniziare a trasformarle.
Verso relazioni più consapevoli
Per uscire da queste dinamiche, è necessario un lavoro di consapevolezza profonda. Alcuni passaggi fondamentali:
- Riconoscere il proprio copione relazionale: qual è il ruolo che hai interpreto? Da dove viene?
- Dare voce alle parti vulnerabili: cosa sto cercando davvero quando critico, fuggo, manipolo o mi annullo?
- Smettere di colpevolizzare l'altro: ogni relazione è una co-creazione. Anche il silenzio è una risposta.
- Integrare le polarità interne: posso essere forte e vulnerabile, autonomo e bisognoso, senza vergogna.
- Imparare a stare nel conflitto senza distruggere: il conflitto può essere ponte, non una minaccia.
Conclusione
Le relazioni non sono solo luoghi di piacere o sicurezza: sono anche laboratori di trasformazione. Quando smettiamo di vedere l'altro come il problema e iniziamo a esplorare le nostre ferite, possiamo trasformare la relazione in un percorso di crescita. Come scrive Robert Bly, "ci innamoriamo con le nostre ferite, e spesso scegliamo chi la farà sanguinare di nuovo. Ma possiamo anche scegliere chi ci aiuterà a guarirle".
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


