Sul viale del tramonto: considerazioni psicologiche sul fine vita
Quando una persona si avvicina alla fine della vita, accade qualcosa che raramente abbiamo il coraggio di guardare davvero. Lungo il corso della vita, alla morte non ci pensiamo quasi mai… Finché non ci tocca da vicino. La morte è un concetto che culturalmente non viene affrontato, come se non esistesse. Quando ci si avvicina alla morte non è solo il corpo che si indebolisce: è la coscienza che cambia forma. È come se, sul viale del tramonto, la luce non si spegnesse, ma diventasse più obliqua, più nitida, più rivelatrice. La morte, dal punto di vista di chi se ne va, non è soltanto un processo di perdita: un processo di trasformazione. Quando il tempo si restringe, la percezione della vita si allarga.
La psicologia esistenziale descrive questo passaggio con una riorganizzazione del campo di coscienza: la persona non pensa più in termini di progetti, ma di significato. Non cerca più di aggiungere, ma di distillare. E' qui che nasce il processo di revisione della vita, il Life review, che non è un ripercorrere nostalgico, ma un tentativo di integrare la propria storia in un tutto coerente. Ricordi lontani riaffiorano non per caso, ma perché la mente sta cercando di chiudere i cerchi rimasti aperti. È un lavoro identitario, un modo per dire: "sono stato questo, e questo è ciò che resta di me".
Accanto a questo movimento di integrazione, avviene un altro processo, più silenzioso ma altrettanto profondo: il distacco graduale. La teoria dell'attaccamento ci insegna che, quando la separazione è inevitabile, la mente riduce l'investimento emotivo per proteggersi. Non era rassegnazione, non è depressione: è un adattamento. Molte persone, negli ultimi giorni, sembrano allontanarsi dal mondo esterno, come se la loro attenzione si rivolgesse verso un orizzonte interiore. E' un meccanismo neuropsicologico naturale, che protegge dalla paura dell'ignoto. Eppure, in questo distacco, un filo resta intatto: il legame con le persone amate. Chi sta morendo non teme tanto la propria fine quanto il dolore che lascerà negli altri. È una preoccupazione profonda, quasi istintiva, che accompagna molti fino all'ultimo respiro. Ed è proprio qui che emerge qualcosa davvero originale, qualcosa che quasi mai viene detto: chi sta morendo non vive solo la perdita del mondo, ma anche la liberazione da ciò che nel mondo era superfluo. E' come se la morte, invece di togliere, restituisse. Restituisse autenticità, lucidità, libertà dalle maschere. Negli ultimi giorni, molte persone diventano più verdi quanto siano mai state. Non hanno più bisogno di compiacere, di nascondere, fingere. La morte paradossalmente, restituisce la vita alla sua forma più nuda.
In questo spazio interiore si manifesta una qualità psicologica che merita di essere nominata: la resiliente accettazione. Non è assegnazione, né passività, non è disperazione. E' la capacità di riconoscere ciò che accade senza esserne travolti, di accogliere la fine come parte della vita, di non opporsi a ciò che non può essere cambiato. La resilienza, in questo contesto, non è forza muscolare dell'anima, ma flessibilità. È la capacità di lasciarsi attraversare dalla paura senza essere mai distrutti, di accettare la vulnerabilità senza vergogna, di trovare un equilibrio tra il desiderio di restare e la necessità di andare. È sorprendente quanto spesso, negli ultimi giorni, disperazione lasci spazio a una quiete che non ha nulla di mistico, ma che ha molto a che fare con la verità. La verità che non possiamo trattenere ciò che amiamo, ne possiamo trattenerci noi stessi.
Accanto alla dimensione psicologica, spesso si aprono una dimensione spirituale che non ha bisogno di religione per esistere. È la percezione che la propria esistenza non sia stata isolata, ma intrecciata. Che ciò che si è stati continua negli altri, nei gesti, nei ricordi, nei modi di amare che si sono trasmessi senza accorgersene. È una spiritualità fatta di continuità, non di eternità. Non dà l'idea di "andare altrove", ma la consapevolezza che nulla di ciò che è stata autentico va perduto davvero. Alcuni parlano di una sensazione di "essere parti di qualcosa di più grandi", altri di una presenza che si allarga, altre ancora di un ritorno, una forma di essenzialità che non ha nome. È una trascendenza quotidiana, umana, concreta: un modo di sentire che la vita non finisce, ma cambia stato. E c'è un'altra riflessione spirituale che raramente viene detta: chi sta morendo spesso percepisce la propria vita non come una linea che si interrompe, ma come un cerchio che si chiude. Non un taglio, ma una compiutezza. Non non abbandono, ma un ritorno. È un'esperienza che non ha bisogno di dogmi per essere reale: è sentire profondo, un'intuizione che nasce quando la mente smette di lottare e il cuore smette di difendersi.
Solo dopo aver compreso questo movimento interiore, possiamo guardare a chi resta. Per chi resta, la morte non è un processo di rivelazione, ma di frattura. La persona che muore vive un movimento verso la coerenza; chi resta vive un movimento verso il vuoto. Eppure, anche qui c'è qualcosa che non consideriamo mai: chi resta eredita non solo il dolore, ma anche la lucidità di chi se n'è andato. Il modo in cui la persona ha affrontato la fine diventa un modello, un insegnamento, una forma di coraggio che continua a lavorare dentro chi resta. Il lutto non è solo mancanza: anche trasformazione. Il tentativo di integrare nella propria vita ciò che la persona amata ha compreso negli ultimi giorni della sua.
E allora, sul viale del tramonto, accade qualcosa che non è immediatamente visibile: la vita di chi se ne va e la vita di chi resta si toccano in un punto che non appartiene né al tempo né allo spazio, ma alla memoria. È lì che l'amore cambia forma. È lì che la presenza diventa invisibile ma non meno reale. È lì che il dolore, lentamente, si trasforma in eredità. E forse la riflessione più profonda è questa: quando la vita si stringe, si allarga. Si allarga nella coscienza di chi se ne va, che vede con più chiarezza. Si allarga nella vita di chi resta, che impara a portare dentro di sé ciò che prima era fuori. Si allarga nel mistero che avvolge ogni esistenza, ricordandoci che non siamo mai davvero soli, né quando viviamo né quando moriamo. E alla fine, quando tutto sembra finire, qualcosa comincia. Non sappiamo darle un nome, ma la sentiamo. È la continuità dell'amore, che non conosce tramonti.
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


