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Quando un genitore muore: la frattura con l’origine

Quando un genitore muore: la frattura con l’origine
  • Dr. Maurizio Sgambati
  • 09/02/2026
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Quando muore un genitore, succede qualcosa che va molto oltre il dolore della perdita. E' come se si spezzasse un filo invisibile che ci teneva legati all'origine, un filo che magari non guardavamo più da anni, ma che continuava a fare da sfondo alla nostra identità. Finché i genitori sono vivi, anche se anziani, fragili, lontani o con rapporti complicati, rappresentano comunque un "prima di noi", un punto di riferimento simbolico che ci ricorda da dove veniamo. Quando se ne vanno, quella continuità si interrompe e ci si trova in un territorio nuovo, in cui il senso di appartenenza originaria si incrina e qualcosa dentro si riorganizza. 

Per alcuni, la perdita riguarda il genitore di riferimento, quello che ha fatto da base sicura, che ha sostenuto, che ha visto. La sua assenza può lasciare un vuoto che non è solo affettivo, ma strutturale: viene meno la figura che teneva insieme pezzi del nostre identità, quella che, anche da adulti, continuava a darci un senso di stabilità interna. Per altri, invece, muore il genitore con cui non si erano risolti i conflitti, e allora il dolore assume una forma diversa: non è solo mancanza, ma alla fine dell'illusione che un giorno quel rapporto potesse aggiustarsi. La morte chiude la possibilità di chiarimento e lascia sospese parole, rabbie, tentativi, desideri di riconciliazione. È un lutto doppio: per la persona e per ciò che non è mai potuto accadere. 

Ci sono poi lutti che iniziano prima della morte, quando la malattia la fragilità rendono prevedibile ciò che sta per arrivare. Il lutto anticipatorio è una forma di elaborazione che si attiva mentre sussiste un genitore: si vede una doppia presenza, perché il genitore c'è ma non è più quello di prima, è vivo, ma già in parte perduto. Questo tempo può essere durissimo, ma anche prezioso: permette di dire, di fare, di sistemare, di salutare. È un dolore che arriva a ondate, ma che trova un suo ritmo, e che spesso consente di integrare la separazione in modo più graduale. Accompagnare un genitore nella fase finale può essere un privilegio, non perché sia facile, ma perché permette di trasformare la morte in un processo condiviso, umano, meno improvviso.

All'opposto, c'è il lutto improvviso, quello che arriva con uno strappo e non da tempo. Qui il dolore è mescolato allo shock, e ciò che pesa non è solo la perdita, ma le parole non dette, i gesti rimandati, le conversazioni che pensavamo di avere ancora tempo per fare. La mente torna indietro, cerco un punto in cui avremmo potuto fare diversamente, anche quando non è vero. È un lutto che spesso resta sospeso, come una frase interrotta a metà, e che richiede tempo per accettare che la storia non avrà un ultimo capitolo scritto insieme. 

E poi c'è la morte in solitudine, quando non si è potuto essere presenti. Qui emergono sensi di colpa profondi, anche quando non c'era alcuna possibilità di fare diversamente. Il senso di colpa è un tentativo della mente di riprendere controllo su qualcosa che controllo non aveva: meglio sentirsi colpevoli che impotenti. Ma la verità è che la morte non dipende da noi, il lavoro psicologico consiste proprio nel restituire gli eventi alla loro realtà, riconoscendo che l'amore non si misura dall'ultimo istante.

In tutte queste forme, la morte dei genitori porta con sé un altro movimento interno: la consapevolezza di essere diventati la generazione "di sopra". Non c'è più nessuno prima di noi. Questo può farci sentire più soli, più adulti, più esposti. Cambia la percezione del tempo, riorganizza i legami, ridisegna la famiglia. I fratelli diventano pari senza vertice, le famiglie d'origine e quelle costruite si intrecciano in modo diverso, e ci si ritrova a chiedersi davvero: "chi è la mia famiglia, adesso?". Talvolta si rimane proprio soli, senza legami di riferimento e questo rende il lutto ancora più complesso. 

Quando il lutto si assesta, quando il dolore smette di essere un'onda che travolge e diventa un sottofondo più quieto, è lì che inizia un altro lavoro, più silenzioso ma profondissimo: quello sull'identità. Perché la morte dei genitori non cambia solo il nostro mondo esterno, ma cambia il modo in cui ci percepiamo. E come se, venendo meno chi ci ha generati, si aprisse uno spazio nuovo in cui dobbiamo ridefinire chi siamo senza più quel riferimento originario. All'inizio si sente solo un vuoto, una mancanza di appoggio interno. Poi, lentamente, ci si accorge che qualcosa si sta muovendo. Finché i genitori erano vivi, anche se lontani fragili, noi eravamo comunque "figli di qualcuno". Questo non è un dettaglio: è una posizione psichica. Significa avere un sopra, un prima, un'origine ancora incarnata. Quando questo viene meno, la nostra identità deve trovare nuovo equilibrio, perché la genealogia si accorcia e noi diventiamo, simbolicamente, il punto più alto della linea. Molte persone raccontano che, dopo la morte dei genitori, si sono sentite improvvisamente più adulte, ma non nel senso pratico del termine. È un adultità interna, quasi esistenziale: la consapevolezza che ora siamo noi riferimento, noi la generazione che regge la continuità, noi quelli che "vengono prima" per chi verrà dopo. È un passaggio che può far paura, perché ci mette davanti alla nostra finitezza, ma che può anche portare una forma nuova di lucidità: la sensazione di essere finalmente pienamente dentro la propria vita, senza più appoggi esterni che, anche senza volerlo, definivano chi eravamo.

La rottura dei legami d'origine non significa perdere la storia, ma perdere la sua incarnazione vivente. E questo cambia il modo in cui ci raccontiamo. Alcune scoprono un senso nuovo di libertà: senza del riferimento dei genitori, si sentono più autorizzati ad essere se stessi, fare scelte che prima sembravano "vietate", a vivere senza lo sguardo - reale o immaginario - di chi li ha generati. Altri, invece, sperimentano un senso di smarrimento: come se la propria identità avesse perso un pezzo di continuità, come se mancasse un punto di appoggio interno che prima era dato per scontato.

La verità che l'identità adulta si costruisce sempre in dialogo con le figure di origine, anche quando quel dialogo è silenzioso, conflittuale o distante. La morte non interrompe quel dialogo esterno e ci costringe a riformularlo dentro di noi. E' come se dovessimo diventare noi stessi custodi la nostra storia. Non c'è più qualcuno che la ricorda per noi, che la conferma, che la rappresenta. Siamo noi a dover decidere cosa tenere, cosa trasformare, cosa lasciare andare. In questo processo, qualcosa si chiarisce: diventiamo eredi non solo biologici, ma simbolici. Eredi dei valori che scegliamo, di gesti che continuiamo, nei modi di stare al mondo che decidiamo di fare nostri. Ma anche eredi delle scelte che facciamo diversamente, delle rotture necessarie, delle trasformazioni che ci permettono di essere più fedeli a noi stessi che alla storia da cui proveniamo.

La morte dei genitori, per quanto dolorosa, apre uno spazio identitario nuovo. Uno spazio in cui possiamo nascere una seconda volta: non come figli, ma come adulti che scelgono chi essere. È un passaggio che non si chiede, non si desidera, ma che - quando arriva - ci consegna a noi stessi in un modo che prima non era possibile. E poi, insieme all'identità, cambiano anche il concetto di casa e quello di famiglia. Perché quando i genitori muoiono, la casa d'origine smette di essere un luogo reale e diventa un luogo interno. Non è più la casa "dove tornare", ma la casa che ci portiamo dentro. Le stanze, gli odori, i rumori, i gesti quotidiani diventano memoria, non più esperienza. E questo può far male, perché ci si accorge che non esiste più posto nel mondo che ci aspetta così come eravamo, senza dover spiegare nulla. Ma allo stesso tempo, proprio perché quella casa non esiste più fuori, inizia a prendere forma dentro di noi: divento un modo di stare, un modo di accogliere, un modo di ricordare. Diventa una radice interna, non più geografica.

Anche la famiglia cambia. Non è più quella definita dei ruoli d'origine, ma quella che si ricostruisce dopo la frattura. I fratelli, se ci sono, diventano compagni di una storia condivisa che ora appartiene solo a loro. Le famiglie che abbiamo costruito - partner, figli, legami scelti - diventano più centrali, più vive, più nostre. E' come se la morte dei genitori spostasse il baricentro: la famiglia non è più quella da cui veniamo, ma quella che stiamo creando. E questo può essere insieme è doloroso e liberatorio, perché ci costringe a scegliere chi vogliamo essere nei legami che abbiamo oggi. 

In tutto questo, emerge con forza il tema dell'eredità simbolica. Non quella materiale, ma quella invisibile: i modi di parlare, i gesti che ripetiamo senza accorgercene, le frasi che ci tornano in mente, i valori che ci hanno trasmesso anche senza volerlo. L'eredità simbolica ciò che resta vivo dei genitori dentro di noi, ciò che continuiamo senza sapere di continuare, ciò che trasformiamo per farlo nostro. È un eredità che non si divide tra fratelli, non si scrive nei testamenti, non si misura in oggetti: si misura in ciò che ci abita. E a un certo punto ci si accorge che anche se i genitori non ci sono più, qualcosa di loro continua a vivere nei nostri modi di amare, di scegliere, di affrontare il mondo. E forse è proprio qui che il lutto trova un suo senso: non nel dimenticare, non nel superare, ma nel trasformare. Nel riconoscere che la perdita non cancella ciò che è stato, ma lo sposta dentro di noi in un modo nuovo. Nel capire che possiamo continuare a vivere senza loro, ma non senza ciò che ci hanno lasciato. Nel permetterci di essere tristi, confusi, arrabbiati, sollevati, spaventati - tutto insieme, senza dover scegliere un'emozione sola.

La morte dei genitori è una frattura sì, ma anche un passaggio. Un passaggio che non si attraversa in fretta, che non si risolve con frasi fatte, che non si misura in medio anni. È un processo che ci cambia, che ci consegnano gli stessi, che ci permette - lentamente, con delicatezza - di diventare la persona che possiamo essere adesso, con tutto ciò che abbiamo perso e tutto ciò che abbiamo ereditato. E se in certi momenti ti sembra troppo, se senti che il vuoto pesa più del ricordo, se ti accorgi che non sai bene come stare in questo nuovo modo senza di loro, sappi che è normale. Non c'è un modo giusto di attraversare questo passaggio. C'è solo il tuo. E merita rispetto, tempo, gentilezza. Sempre.


Dr. Maurizio Sgambati

Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone

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