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Legami che restano: come il legame interiore con chi non c’è più può aiutarci a vivere

Legami che restano: come il legame interiore con chi non c’è più può aiutarci a vivere
  • Dr. Maurizio Sgambati
  • 18/01/2026
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Mantenere un legame interiore con chi non c’è più non è un segno di debolezza, ma un modo profondo e umano di elaborare la perdita. I legami continui possono diventare una risorsa preziosa, purché ci aiutino a vivere nel presente e non a restare ancorati al passato.

Quando perdiamo una persona cara, ci troviamo spesso di fronte a una domanda implicita ma potente: "come si fa ad andare avanti?". 

Per molto tempo, la risposta dominante nella psicologia occidentale è stata: "lascia andare". Elaborare il lutto, secondo i modelli tradizionali, significava progressivamente distaccarsi dal defunto per poter reinvestire emotivamente nella vita. Eppure, chi ha vissuto un lutto profondo sa che non è così semplice. E forse, nemmeno così giusto.

Una frattura nella continuità affettiva

La morte se in una frattura profonda nella continuità della nostra esperienza affettiva. Il lutto, secondo la psicologia, è un processo complesso che comporta la riorganizzazione interna della nostra vita emotiva in assenza della persona amata.non si tratta solo di "accettare" che qualcuno non c'è più, ma di integrare questa assenza nella nostra identità e nella nostra narrazione del mondo. 

Molti, in questa fase, vivono una ricerca intensa di segno contatti: sogni, coincidenze, sensazioni improvvise. Secondo il modello dell'attaccamento, il legame con le figure significative non si interrompe con la morte, ma si trasforma. Parlare al def cercare la presenza simbolica, non è patologico, ma una tappa frequente dell'elaborazione del lutto. È il tentativo, umano e comprensibile, di mantenere un attaccamento sicuro in condizioni nuove e dolorose.

I legami continui: una nuova via per elaborare il lutto

In psicologia, parliamo di Continuing Bonds (legami continui): mantenere un legame interiore con chi non c'è più può favorire il processo di adattamento, purché non blocchi la vita nel presente. Il rischio, infatti, è che la ricerca ossessiva di segni diventi un modo per evitare il dolore, per non confrontarsi con l'inevitabile trasformazione della perdita. Lascia andare, allora, non significa dimenticare né smettere di amare, ma permettersi di vivere con l'assenza, dando un nuovo significato alla relazione. Non più esterna, ma interna. Non più fatta di parole, ma di memoria, presenza simbolica e amore che continua. Questa prospettiva è stata formalizzata da Denis Klass, Phyllis Silverman e Steven Nickman nel loro volume "Continuing Bonds: New Understanding of Griff" (1996), che ha segnato una svolta nel modo in cui pensiamo al lutto. Invece di considerare la fine della relazione come un obiettivo, gli autori propongono di esplorare come i legami possono persistere e trasformarsi, diventando parte integrante della nostra identità.

Integrare, non dimenticare

Anche Robert Neimeyer, con il suo lavoro sulla "ricostruzione del significato" (Meaning Reconstruction, 2001), sottolinea come il lutto non sia solo un processo di separazione, ma anche di trasformazione narrativa. Integrare la perdita significa trovare un nuovo posto per il defunto nella nostra storia personale, riconoscendo che ciò che è stato continua a vivere in ciò che siamo. In questo senso, i legami continui non sono un ostacolo, ma una risorsa. Che ci aiutano a mantenere viva la connessione con chi abbiamo amato, a sentirci meno soli, a trovare conforto nei momenti di smarrimento. Purché, naturalmente, non diventino un rifugio per evitare la realtà, ma un ponte per attraversarla. Infatti, non tutti i legami continui sono adatti. Se il legame con defunto diventa rigido, idealizzato o totalizzante, può ostacolare il processo di elaborazione del lutto. Ad esempio, se una persona si rifiuta di cambiare casa, di rimuovere oggetti o intraprendere e nuove relazioni per paura di "tradire" il defunt, il legame può diventare una prigione emotiva.

Come sempre, in psicologia, non è il comportamento in sé ad essere giusto o sbagliato, ma il suo significato il suo impatto sulla vita della persona. Il vero obiettivo non è dimenticare, ma integrare. Possiamo portare con noi che abbiamo amato, non come un'ombra che ci trattiene, ma come una presenza che ci accompagna. Questo richiede tempo, consapevolezza e, a volte il supporto di un professionista.

In fondo, come scriveva Victor Frankl, "ciò che è stato, anche se non c'è più, continua ad essere". I legami che incontrano davvero non si spezzano con la morte: si trasformano, si interiorizzano, e possono diventare parte della nostra forza.


Dr. Maurizio Sgambati

Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone

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