Quando il mondo si restringe per paura
Per alcune persone, uscire di casa non è un gesto neutro. È una decisione che richiede preparazione, valutazioni, talvolta un vero e proprio atto di coraggio.non perché il mondo esterno sia oggettivamente pericoloso, ma perché viene vissuto come tale quando si teme di non riuscire a gestire ciò che potrebbe accadere dentro.
In questi casi, parliamo spesso di agorafobia, una condizione che non riguarda solo la paura degli spazi aperti o affollati, ma soprattutto il timore di trovarsi lontani dal luogo percepito come sicuro, senza la possibilità di sottrarsi o di ricevere aiuto se l'ansia dovesse aumentare.
La paura non è fuori, è l'esperienza interna
Nel agorafobia, il cuore della paura non è il supermercato, la strada, il mezzo pubblico o la distanza da casa. E' la possibilità che il corpo e la mente "tradiscano". Le sensazioni interne diventano il vero oggetto del timore: il battito che accelera, il respiro corto, la testa leggera, la nausea, la sensazione di perdere il controllo o di svenire. Questo porta un'intensa iperattivazione degli stati interni. Il corpo viene costantemente monitorato, come se fosse necessario intercettare in anticipo ogni segnale di pericolo. Ma più l'attenzione si focalizza sulle sensazioni, più queste diventano intense intrusive, alimentando l'ansia stessa.
Come sottolinea David M. Clarke nel suo modello cognitivo dell'ansia: "non sono le sensazioni fisiche essere pericolose, ma il modo in cui vengono interpretate". Quando una normale attivazione fisiologica viene letta come segno di imminente perdita di controllo, l'ansia cresce rapidamente e conferma la paura iniziale.
Il circolo vizioso dell'agorafobia
Per ridurre questo stato di allerta, la persona inizia ad adottare strategie di protezione: evita certi luoghi, limita le distanze, esce solo se accompagnata, pianifica percorsi vie di fughe, controlla costantemente come si sente. Nel breve termine, tutto questo funziona. L'ansia diminuisce e dà un senso di sollievo. Ma proprio questo sollievo rinforza il meccanismo agorafobico.
Si crea così un circolo vizioso ben conosciuto in Clinica:
- Paura delle sensazioni interne.
- Aumento del controllo e del monitoraggio.
- Incremento dell'ansia.
- Evitamento delle situazioni temute.
- Restringimento progressivo della libertà.
- Conferma dell'idea di non farcela.
La cosiddetta "zona comfort" si riduce sempre di più, fino a diventare una zona di confinamento. Il mondo esterno appare sempre più grande e minaccioso, mentre il senso di efficacia personale si assottiglia.
Sicurezza attaccamento: una chiave di lettura
Dal punto di vista evolutivo e relazionale, l'agorafobia può essere letta anche come una crisi di senso di sicurezza interna. John Bowlby ci ha insegna che l'essere umano esplora il mondo solo quando si sente di avere una base sicura. Quando questa base viene percepita come fragile, l'esplorazione si interrompe e prevale il bisogno di protezione. In questo senso, la casa, i luoghi familiari non solo sono spazi fisici, ma contenitori emotivi. Allontanarsene significa esporsi non solo al mondo, ma anche all'ansia senza difese.
Il lavoro terapeutico: ampliare, non forzare
Il lavoro terapeutico con l'agorafobia non consiste nello "spingere ad uscire", né nel combattere l'ansia. Al contrario, l'obiettivo di aiutare la persona a costruire una relazione diversa con le proprie sensazioni interne, riducendo i bisogni di controllo e aumentando la fiducia nella possibilità di attraversare l'attivazione emotiva senza esserne travolta, come ricorda John Kabat-Zinn: "non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a fare surf". Gradualmente, attraverso l'esperienza correttiva, la persona può scoprire che l'ansia sale e scende, che il corpo può attivarsi senza perdere il controllo, che restare nella situazione - anche con la paura - è possibile.
Tornare ad abitare il mondo
Uscire di casa, in questi percorsi, non è solo un movimento nello spazio. È un movimento identitario: dal ritiro alla fiducia, dalla protezione rigida alla flessibilità, dal controllo alla presenza. L'agorafobia stringe il mondo, ma non lo cancella.
Con un accompagnamento adeguato, è possibile riaprire gradualmente il campo di azione, un passo alla volta, restituendo spazio alla libertà e alla possibilità di scegliere. Perché ciò che è davvero imprigiona non è il mondo là fuori, ma la paura di non poter stare con ciò che accade dentro. E quando questa paura inizia ad ammorbidirsi, anche il mondo, lentamente, torna a essere abitabile.
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


