I conflitti familiari: tra affetto ed incomprensioni

I conflitti familiari: tra affetto ed incomprensioni
  • Dr. Maurizio Sgambati
  • 17/02/2026
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Ci sono famiglie in cui il silenzio è diventato una forma di mobilio: non si nota più, ma occupa spazio, pesa, condiziona i movimenti. Famiglie in cui i conflitti sembrano essersi placati da tempo, come una tempesta che ha smesso di far rumore, ma che ha lasciato il cielo ancora a carico, sospeso, pronto a scaricare pioggia al primo cambio di vento. Sono storie in cui la pace non è mai davvero pace: è tregua, è stanchezza, è un accordo tacito a non toccare ciò che potrebbe far crollare tutto. A volte basta un compleanno, una cena, una frase detta con tono leggermente diverso, e cui la quiete artificiale si incrina. Non perché qualcuno ha voglia di litigare, ma perché ciò che non è stato chiarito continua a vivere sottopelle. Le famiglie, infondo, sono sistemi complessi: ciò che non viene elaborato non scompare, si trasforma. Diventa distanza, ironia pungente, iper-premura, oppure un improvviso bisogno di "non parlare di certe cose".

Molte storie familiari si inceppano proprio qui: nella distanza tra ciò che si sente e ciò che si riesce a dire. Le aspettative non dichiarate diventano pretese silenziose; i bisogni non comunicati si trasformano in delusioni; i fraintendimenti si accumulano come polvere negli angoli, finché basta un gesto minimo per farla volare ovunque. E quando la comunicazione si fa confusa, aggressiva o trattenuta, la relazione perde la sua capacità di respirare. C'è chi parla troppo e troppo forte, sperando che il volume colmi la distanza. C'è chi tace, convinto che il silenzio eviti il conflitto. Ma il silenzio, quando diventa abitudine, non protegge: separa.

In terapia capita spesso di ascoltare racconti di conflitti "risolti" che, a guardarli da vicino, non sono mai stati davvero affrontati. "Non ne abbiamo più parlato", dicono. Ma dietro quella frase si nasconde un mondo: la paura di ferire, la paura di essere fraintesi, la paura di scoprire che l'altro non è disposto a incontrarci. Così si sceglie il silenzio. A volte come di difesa, altre come punizione, altre ancora come strategia per evitare l'ennesima esplosione.

Bowen direbbe che in queste famiglie la tensione non si scioglie, si sposta. Quando due persone non riescono a parlarsi, la relazione cerca un terzo punto d'appoggio: un fratello che fa da mediatore, un figlio che diventa confidente, un parente lontano che assorbe la rabbia che nessuno vuole nominare. Sono triangoli invisibili, ma potentissimi. Mantengono la pace, sì, ma al prezzo della chiarezza. E ciò che non viene chiarito resta lì, come una corrente sotterranea che prima o poi riaffiora.

Prendiamo una semplice scena. Due fratelli litigano per l'eredità dei genitori. Dopo mesi di tensioni, uno dei due decide di "lasciar perdere". Non vuole più conflitti, non vuole più discussione. L'altro interpreta quel gesto come un atto di maturità, o forse come una vittoria. La famiglia tira un sospiro di sollievo. Tutto sembra tornare normale. Ma sotto quella normalità si muove qualcosa: il fratello che ha ceduto inizia a evitare le riunioni familiari, a rispondere in modo freddo ai messagg, a sentirsi, "fuori posto". Non è rancore, non è vendetta. È la ferita di non essere stato visto, riconosciuto, ascoltato.

Oppure pensiamo a una madre e una figlia che smettono di parlarsi dopo un litigio. Passano mesi, poi anni. A un certo punto per chiarezza o nostalgia, una delle due fa un passo. Si ricomincia a sentirsi, ma senza mai nominare ciò che è accaduto. La relazione riparte, sì, ma come una casa costruita sul fondamenta lesionate. Ogni gesto affettuoso è reale, ma fragile. Ogni incomprensione rischia di riaprire la voragine. È un affetto senza armonia: c'è il legame, ma manca la musica che lo rende vivibile.

Bowen parlerebbe di differenziazione del sé: la capacità di restare in contatto con l'altro senza perdere se stessi. Nelle famiglie dove questa capacità è fragile, ogni parola pesa troppo, ogni silenzio diventa un messaggio, ogni gesto viene interpretato come conferma o un rifiuto. La comunicazione non è un ponte, ma un terreno instabile. E allora si urla per non sentirsi ignorati, si tace per non essere travolti, si evita per non essere risucchiati nel dramma. Non è mancanza d'amore: è mancanza di spazio interno.

E poi c'è l'eredità invisibile. Le famiglie che non parlano spesso sono famiglie che non hanno mai parlato. Il silenzio non è solo una scelta, è una tradizione emotiva. Bowen direbbe che ciò che non viene elaborato in una generazione si ripresenta nella successiva: aspettative implicite, ruoli rigidi, comunicazioni aggressive o evitanti. È come se ogni membro portasse dentro di sé un pezzo di storia che non gli appartiene del tutto, ma che continua a influenzarlo.

Molte persone restano incastrate in queste dinamiche non per mancanza d'amore, ma per mancanza di linguaggio emotivo condiviso. Si amano, ma non si capiscono. Si cercano, ma non si incontrano. Si parlano, ma non si ascoltano davvero. E quando la comunicazione diventa un luogo pericoloso, si preferisce evitarlo. Così nascono i silenzi strategici, le frasi trattenute, le mezze verità. Non per cattiveria, ma per sopravvivenza.

Eppure, anche in queste storie, c'è un desiderio che non si spegne: il bisogno di essere visti. Di essere compresi. Di poter dire "mi hai ferito" senza temere di perdere tutto. È un bisogno antico, che attraversa le generazioni. Ma non sempre trova spazio. Perché per parlare serve disponibilità reciproca, e non sempre tutti i membri della famiglia sono pronti a mettersi in gioco.

Forse la via d'uscita non sta nel forzare la comunicazione, né nel pretendere chiarimenti da chi non può offrirli. Forse sta nel riconoscere i propri bisogni, nel dare un nome alle proprie emozioni, nel costruire un linguaggio interno che permetta di non dipendere completamente dalla risposta dell'altro. Un lavoro silenzioso, ma profondamente liberante.

Perché l'armonia non nasce dall'assenza di conflitti, ma dalla possibilità di attraversarli senza perdersi. E quando questo non è possibile, la maturità affettiva consiste nel proteggere la propria voce, anche se l'altro non è disposto ad ascoltarla. È un atto di cura verso se stessi, e paradossalmente anche verso la relazione. Perché smette di chiedere ciò che non può essere dato.


Dr. Maurizio Sgambati

Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone

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