Genitori elicottero: quando l’amore soffoca l’autonomia
Immagina un elicottero che sorvola costantemente una zona, pronto a intervenire al minimo segnale di pericolo. Ora, immagina che quella zona sia la vita di un bambino o di un adolescente. Ecco, è da questa immagine che nasce l’espressione "Genitori elicottero": adulti che, per amore e preoccupazione, sorvegliano e intervengono nella vita dei figli in modo continuo, spesso eccessivo. Ma cosa significa davvero essere un genitore elicottero? E quali sono le conseguenze di questo stile educativo?
Il desiderio di proteggere… A ogni costo.
Partiamo da un presupposto: voler proteggere i propri figli è naturale. È un istinto primordiale, radicato nel nostro essere genitori. Tuttavia, quando questo desiderio si trasforma in un bisogno di controllo costante, qualcosa si incrina. I genitori elicottero tendono a prendere decisioni al posto dei figli, a risolvere ogni loro problema, a evitare che sperimentino frustrazioni o fallimenti. Il risultato? Un ambiente ovattato, dove il bambino cresce senza mai confrontarsi davvero con la realtà.
Le radici psicologiche del fenomeno.
Dal punto di vista psicologico, questo comportamento può essere letto attraverso diverse lenti teoriche. La teoria dell'attaccamento di John Bowlby, ad esempio, ci insegna che i bambini hanno bisogno di una "base sicura" da cui esplorare il mondo. Ma se questa base diventa una gabbia dorata, l'esplorazione viene inibita. Il bambino non impara a fidarsi delle proprie capacità, perché c'è sempre qualcuno che lo protegge, lo guida, lo corregge. Un'altra chiave di lettura viene dalla teoria dell'autodeterminazione o Self-Determination Theory (SDT) sviluppata dagli psicologi Edward Deci e Richard Ryan che individua tre bisogni fondamentali per il benessere psicologico: autonomia, competenza e relazione. L'autonomia non significa "fare tutto da soli", ma sentirsi agenti attivi della propria vita. È la sensazione di poter scegliere, decidere, agire in base ai propri valori e interessi. I genitori e elicottero, nel tentativo di proteggere i figli, spesso prendono decisioni al loro posto, limitando la possibilità di esercitare questa autonomia. Il messaggio implicito che il bambino riceve è: "non mi fido abbastanza da lasciarti provare". Sentirsi competenti significa percepirsi capaci di affrontare le sfide, di imparare, di migliorare. È un bisogno che si sviluppa attraverso l'esperienza, anche e soprattutto quando si sbaglia. Se un genitore interviene sempre per evitare che il figlio fallisca, gli impedisce di sperimentare la frustrazione, ma anche la soddisfazione di riuscire da solo. Il risultato? Un bambino che si sente fragile, insicuro, dipendente. Il bisogno di relazione riguardo e sentirsi accettati, amati, connessi agli altri. Il genitori elicottero, in genere, soddisfano questo bisogno in modo abbondante: sono presenti, affettuosi, coinvolti. Tuttavia, se questa presenza diventa invadente, può trasformarsi in relazione simbiotica, dove il figlio fatica a costruire un'identità autonoma. La relazione, invece di essere un porto sicuro, diventa una rete che trattiene. La teoria dell'autodeterminazione ci aiuta a vedere il paradosso alla base della genitorialità elicottero: un amore così grande da diventare limitante. Quando i genitori cercano di "fare il meglio" per i figli, ma lo fanno al posto loro, finiscono per ostacolare proprio ciò che dovrebbero dovrebbe essere il cuore dell'educazione: la crescita dell'individuo. Come scrivono Deci e Ryan, "le persone prosperano quando si sentono libere di scegliere, capaci di affrontare le sfide e connesse agli altri in modo autentico". E questo il terreno fertile su cui può crescere un adulto sano, resiliente e soddisfatto. I genitori elicottero pur soddisfacendo il bisogno di relazione, spesso compromettono gli altri due. Il figlio non si sente competente, perché non ha modo di mettersi alla prova. E non si sente autonomo, perché ogni scelta è già stata fatta per lui.
Le conseguenze: adulti fragili in un mondo complesso.
Cosa succede quando questi bambini crescono? Le ricerche ci dicono che i figli di genitori elicottero tendono a sviluppare una bassa autostima, una maggiore ansia e una minore tolleranza alla frustrazione. Alcuni studi, come quelli di Chris Segrin e colleghi, mostrano che questi giovani adulti faticano a prendere decisioni, a gestire lo stress e a costruire relazioni sane. In pratica, arrivano all'età adulta senza aver mai davvero imparato a "guidare da soli". E non è difficile capirne il motivo. Se ogni ostacolo è stato rimosso, ogni errore evitato, ogni scelta pilotata, come si può imparare a cadere e rialzarsi? Come si può sviluppare la resilienza, quella capacità fondamentale di affrontare le difficoltà della vita?
Ma allora… Come si fa a essere "buoni" genitori?
La buona notizia è che non esiste un solo modo giusto di essere genitori. Ma esistono delle linee guida che possono aiutare. Una di queste è il concetto di "genitorialità autorevole" (Baumrind, 1966), che si colloca a metà strada tra il controllo rigido e il permissivismo totale. Il genitore autorevole è presente, ma non invadente. Offre regole chiare, ma lascia spazio all'autonomia. Ascolta, ma non impone. Insegna, ma non sostituisce. Essere genitori autorevoli significa anche accettare che i figli sbagliano. Che cadano. Che si arrabbino. Che si sentano frustrati. Perché proprio in quei momenti che imparano a conoscersi, a crescere, a diventare adulti.
Una riflessione finale.
Forse, più che "sorvolare" la vita dei nostri figli, dovremmo camminare accanto a loro. Non per guidarli in ogni passo, ma per essere lì quando si voltano a cercar uno sguardo, una parola, una mano. Perché crescere non significa evitare dolore, ma imparare a gestirlo. E il compito più difficile - e più nobile - di un genitore è proprio questo: lasciare andare, con fiducia.
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


