Comunicazione passivo aggressiva: quando la rabbia si nasconde tra le righe
La comunicazione è il filo invisibile che tiene insieme le nostre relazioni. Non è solo ciò che diciamo, ma soprattutto come lo diciamo. Tra le forme insidiose e difficili da riconoscere c'è la comunicazione passivo-aggressiva, una modalità che si muove nell'ombra, fatta di mezze parole, di silenzi, allusioni e comportamenti che esprimono ostilità senza mai dichiararla apertamente.
Dal punto di vista psicologico, il comportamento passivo-aggressivo è stato descritto negli anni '40 da Abraham Maslow e successivamente approfondito da Theodore Millon, che lo definiva una modalità caratterizzata da ostilità passiva, resistenza e sabotaggio indiretto. La persona non esprime apertamente il proprio dissenso, ma lo comunica attraverso azioni che contraddicono le parole, generando confusione e tensione nell'interlocutore. Secondo la teoria della assertività (Alberti & Emmons), la comunicazione umana si colloca lungo un continuum che va dalla passività all'aggressività: la passivo-aggressività sta nel mezzo, non affronta il conflitto ma lo agisce in modo sotterraneo, impedendo una gestione chiara dei bisogni e delle emozioni.
Questa modalità nasce spesso in contesti in cui il conflitto è stato vissuto come pericoloso proibito. Chi comunica in modo passivo-aggressivo può avere imparato che esprimere la rabbia porta punizioni o rifiuto. Così, invece di dire "sono arrabbiato", sviluppa strategie indirette per far sentire comunque il proprio malcontento. Sotto la superficie si trova spesso una rabbia latente, non riconosciuta e non gestita, che si manifesta attraverso comportamenti sabotanti o ambigui.
Gli esempi quotidiani sono moltissimi. In ufficio, un collega accetta l'incarico con un sorriso e un "certo, ci penso io", ma poi consegna il lavoro in ritardo con errori evitabili: non ha mai detto apertamente di non volerlo fare, ma il suo comportamento comunica resistenze e ostilità. in una relazione di coppia, il partner può dire "va tutto bene" ma accompagnare la frase con silenzi prolungati o frecciatine pungenti: il messaggio reale non è quello espresso dalle parole, ma quello implicito. In famiglia, un adolescente contrariato per una regola imposta non dice "non sono d'accordo", ma sbatte la porta o dimentica di fare i compiti. Persino nelle amicizie la passivo-aggressività può insinuarsi: un amico che si sente trascurato potrebbe dire "tranquillo, non importa se non ci vediamo mai", ma con ironia pungente o atteggiamenti di chiusura.
La difficoltà principale, per chi subisce questo tipo di comunicazione, e la disconnessione tra parole e comportamento. Ciò che viene detto non concede con ciò che viene comunicato. Questo genera confusione, la frustrazione spesso un senso di colpa nell'interlocutore, che percepisce ostilità ma non può affrontarla apertamente.
Non a caso, la letteratura psicologica considera la comunicazione passivo-aggressiva una delle modalità piuttosto che per la qualità delle relazioni, proprio perchè impedisce un confronto autentico e blocca la possibilità di risolvere i conflitti. Affrontarla richiede consapevolezza e coraggio. Significa imparare a riconoscere i segnali, ma anche non cadere nella trappola della provocazione indiretta.
La risposta più efficace spesso la più semplice: chiedere chiarezza, riportare la comunicazione sul piano diretto, esplicitare ciò che si percepisce senza accusare. Allo stesso tempo, chi tende a comunicare in modo passivo-aggressivo potrà grande beneficio dall'imparare a nominare le proprie emozioni, tollerare il conflitto e sviluppare uno stile comunicativo più assertivo.
La comunicazione passivo-aggressiva non è un destino, ma un'abitudine appresa. E come tutte le abitudini, può essere trasformata. Il primo passo riconoscerla. Il secondo è scegliere di non restare intrappolati nel non detto, ma di costruire relazioni basate su autenticità, chiarezza e responsabilità emotiva.
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


