Quando non riusciamo più a parlarci: passività, aggressività e gli elastici emotivi che ci scattano dentro
In terapia, la comunicazione non arriva mai come un concetto astratto. Arriva come un gesto che si irrigidisce, un tono che cambia all'improvviso, un silenzio che pesa. Arriva come una coppia che si guarda senza capirsi, o come un paziente che dice: "non so perché reagisco così, è più forte di me".
Passività e aggressività non sono scelte consapevoli. Sono risposte automatiche, apprese molto tempo fa, che si attivano quando un elastico emotivo viene tirato. Un elastico emotivo è uno stimolo che tocca una memoria implicita, un ricordo non narrativo ma corporeo, che riattiva antiche difese. Non serve che ci sia qualcosa di grande: basta un tono di voce, un'espressione, un ritardo, una frase ambigua. L'elastico scatta. Le neuroscienze affettive mostrano come il nostro sistema nervoso reagisce prima che la mente possa "capire". È la logica delle memorie implicite: non ricordiamo l'evento, ma ricordiamo perfettamente come ci si proteggeva.
Quando l'elastico tira verso la passività
In terapia la passività si presenta come un sorriso controllato, un "non fa niente" detto troppo in fretta, un corpo che si ritrae. Ma dietro c'è quasi sempre un elastico emotivo che si tende: uno stimolo che riattiva l'antico apprendimento, "se mi espongo, rischio". Chi reagisce con passività non sta scegliendo di tacere: sta rispondendo a un'allerta interna. È un apprendimento inconscio, spesso nato in contesti in cui esprimere un bisogno portava a una delusione, un rifiuto, a un conflitto ingestibile. Il corpo ha imparato che sparire è più sicuro. Un esempio clinico: una persona che, davanti a una critica minima, si chiude. Non perché non abbia nulla da dire, ma perché elastico emotivo della critica tira con forza verso la vecchia difesa: "non valgo abbastanza, meglio non reagire". La passività non crea pace: crea distanza. Una distanza silenziosa, difficile da colmare.
Quando l'elastico scatta verso l'aggressività
All'estremo opposto, l'aggressività entra in seduta come un'esplosione improvvisa. Una frase detta male, un gesto percepito come svalutante, un ritardo, e l'elastico emotivo scatta. La persona reagisce con tono duro, sarcasmo, accuse. Non perché voglia ferire, ma perché il corpo ha imparato che attaccare è l'unico modo per non sentirsi vulnerabili. Anche qui l'apprendimento è inconscio: "se non mi difendo subito, verrò schiacciato". È una risposta automatica, spesso nata in ambiente in cui la vulnerabilità non era accolta, o in cui bisognava "farsi sentire" per non essere ignorati. Un esempio clinico: un partner che, sentendosi messo da parte, reagisce con rabbia. Non dice "mi fa male sentirmi escluso", dice "sei sempre solito, non ti importa niente". Il bisogno è autentico, ma la difesa lo traveste. L'aggressività non crea forza: crea paura. La paura crea distanza.
Due reazioni diverse, stessa origine
Passività e aggressività sembrano opposte, ma clinicamente sono sorelle. Sono due modi diversi di rispondere allo stesso meccanismo: un'elastico emotivo che si tende e riattiva una difesa presa. La persona passiva teme di essere troppo. La persona aggressiva teme di non essere abbastanza. Una si ritira, l'altra invade. Ma entrambe stanno cercando la stessa cosa: proteggersi da un dolore antico. Quando questi elastici si attivano troppo spesso, la comunicazione si rompe. Non perché manchino le parole, ma perché le parole vengono sostituite da reazioni.
Il lavoro clinico: riconoscere elastico prima che scatti
In terapia, ricostruire la comunicazione significa prima di tutto rendere visibile ciò che è automatico. Aiutare la persona a riconoscere il momento esatto in cui elastico si tende: quel micro-secondo in cui il corpo si prepara a difendersi. Il lavoro clinico consiste nel creare esperienze nuove:
- Dire una "No" scoprire che non succede nulla di catastrofico;
- Esprimere un'emozione vulnerabile e vedere che l'altro resta;
- Ascoltare una critica senza sentirla come un attacco personale;
- Chiedere un bisogno senza travolgere nel trattenere.
È un processo lento, fatto di tentativi riparazioni. Ma quando la persona impara a riconoscere l'elastico emotivo, può finalmente scegliere come rispondere, invece di reagire automaticamente. E allora la comunicazione cambia. Diventa più chiara, più autentica, più umana.
Conclusione
Passività e aggressività non sono difetti, ma risposte apprese. Sono elastici emotivi che scattano quando ci sentiamo minacciati, anche se la minaccia è solo un eco del passato. In terapia impariamo a riconoscerli, a scioglierli, trasformarli. E quando la comunicazione torna a essere un ponte invece che una difesa, le relazioni riprendono a respirare.
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


