Ansia sociale e il bisogno di proteggersi dal giudizio
Ci sono esperienze che, pur sembrando marginali agli occhi degli adulti, lasciano tracce profonde nel mondo interno di un bambino. Un singolo episodio, se vissuto in solitudine emotiva, può trasformarsi in una ferita silenziosa che continua a influenzare il modo di percepirsi e di stare in relazione anche molti anni dopo.
Nell'infanzia, il corpo e le emozioni parlano prima delle parole. Quando qualcosa accade in modo improvviso, in un contesto pubblico e carico di aspettative, il bambino può sentirsi esposto, vulnerabile, senza strumenti per comprendere o contenere ciò che prova. Se a quell'esperienza si associano una vergogna, paura o senso di giudizio, l'evento può assumere un significato che va ben oltre il momento in sé.
Il trauma della vergogna e la nascita del controllo
In molti percorsi di ansia sociale si trova una matrice comune: un'esperienza precoce di umiliazione o di esposizione percepita come insopportabile. Non è tanto l'evento oggettivo a lasciare il segno, quanto il modo in cui viene interiorizzato: "sono stato visto nel mio momento peggiore", "gli altri si sono accorti di me "," non devo permettermi di sbagliare mai più".
Col tempo, queste convenzioni diventano lenti attraverso cui leggere il mondo. Le situazioni sociali nuove, soprattutto quelle in cui un gioco il desiderio di essere visti, apprezzati o riconosciuti, vengono vissute come potenzialmente pericolose.il corpo entra in allerta, la mente si riempie di pensieri autocritici, ogni gesto e ogni parola vengono monitorati con attenzione. Anche l'immagine esterna può trasformarsi in una sorta di proiezione, un modo per ridurre il rischio di esporsi troppo.
Il bisogno di protezione e il paradosso del controllo
Questi comportamenti non sono semplici tratti di insicurezza, ma risposte ad adattive nate molto tempo prima. Sono tentativi, spesso inconsapevoli, di evitare che il dolore della vergogna si ripresenti. Il controllo diventa così una strategia di sopravvivenza emotiva: "se tengo tutto sotto controllo, forse non sarò più ferito". Il paradosso, però, è che più si cerca di controllare, più aumenta la sensazione di fragilità. Le relazioni, per loro natura, espongono all'imprevedibilità e al rischio. Anche l'evitamento, che offre un sollievo immediato, finisce per rinforzare l'idea di non essere in grado di affrontare lo sguardo dell'altro, mantenendo il circolo dell'ansia.
Dalla vergogna alla compassione
Il lavoro terapeutico non consiste nel rafforzare il cambiamento o nel "correggere" i comportamenti, ma nel riconoscere il senso profondo che hanno avuto. Significa dare spazio a quel bambino interiore che ha imparato troppo presto a proteggersi, spesso senza sentirsi visto o compreso. Creare un luogo sicuro, in cui la paura possa essere nominata senza giudizio, permettere gradualmente di trasformare la vergogna in comprensione. Come ricorda John Bradshaw, la vergogna tossica è il sentimento profondo che "ci sia qualcosa di sbagliato in me". Quando però questa esperienza viene accolta e mentalizzata, può aprirsi la strada a una nuova relazione con sé, fondata sulla compassione anziché sull'autocontrollo.
Conclusione
Dietro l'ansia sociale c'è spesso una sorta di esposizione precoce, di emozioni intense vissuti in solitudine e di strategie costruite per non soffrire più ma c'è anche una possibilità di cambiamento: riconoscere il proprio dolore, ascoltarlo con gentilezza e imparare, passa dopo passo, a stare nel mondo senza dover essere impeccabili. È un percorso lento, ma soprattutto umano, che restituisce spazio al respiro e alla relazione.
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


