La comunicazione invisibile in psicoterapia
Nella stanza di terapia cade molto più di ciò che viene detto. Le parole sono solo una parte del lavoro: tutto il resto si muove in un territorio più sottile, fatto di emozioni, intuizioni, sensazioni corporee, ricordi impliciti, micro-espressioni, silenzi e risonanze che passano da una persona all'altra, senza bisogno di essere nominate. È in questo spazio invisibile che prendono forma due fenomeni fondamentali della psicoterapia: il transfert e il controtransfert. Sono concetti nati nella psicoanalisi, ma oggi riconosciuti in tutte le psicoterapia relazionali, perché descrivono ciò che inevitabilmente accade quando due menti si incontrano in profondità.
Il transfert è ciò che il paziente porta nella relazione terapeutica senza accorgersene: modi di reagire, aspettative, paure, bisogni che derivano dalla sua storia affettiva. Non è un atto volontario, non è una scelta: è un movimento spontaneo della mente. Il terapeuta, per un attimo, diventa il destinatario di emozioni che appartengono al passato del paziente. Una persona che ha vissuto figure imprevedibili può percepire il terapeuta come distante che quando non lo è; chi teme le rifiuto può vivere ogni pausa come un abbandono; che ha imparato a non fidarsi può interpretare una domanda come un giudizio. È come se la relazione terapeutica diventasse uno specchio che rifletti i modelli relazionali più profondi del paziente, quelli che spesso si attivano anche nella vita quotidiana senza essere riconosciuti.
Il controtransfert è la risposta emotiva intuitiva del terapeuta a ciò che il paziente porta a punto non è uno "sentire personale" scollegato dal lavoro: uno strumento clinico prezioso.spesso ciò che il terapeuta prova - una tristezza improvvisa, un senso di pressione, un'irritazione inspiegabile, una tenerezza che affiora senza motivo - non riguarda lui, ma ciò che il paziente sta vivendo e comunicando a livello non verbale. È come se il terapeuta intercettasse ciò che il paziente non riesce ancora a dire. Le neuroscienze relazionali mostrano che il nostro cervello è programmato risuonare con gli stati emotivi dell'altro: in terapia questa risonanza diventa una bussola che orienta la comprensione.
Per capire meglio, basta pensare a ciò che accade quando una persona racconto un episodio doloroso con tono freddo, quasi distaccato. Dice di "stare bene", ma il terapeuta avverte un nodo alla gola. Quella triste tristezza non è sua: e l'emozione che il paziente non riesce ancora a sentire. Oppure quando una persona arriva sorridente, collaborativa, gentile, ma terapeuta percepisce una tensione sottile, come se ci fosse qualcosa di trattenuto. Col tempo emerge che quella persona è abituata compiacere agli altri a soffocare la rabbia. Il terapeuta la sente prima che il paziente la riconosca. O ancora quando un paziente parla in modo confuso, frammentato, il terapeuta si sente improvvisamente perso, come se non riuscisse a seguire il filo: la stessa confusione interna che il paziente vive da anni e che, senza volerlo, trasmette nella relazione.
Questi scambi inconsci sono solo informazioni: sono anche suggestioni positive. La calma, la stabilità, la fiducia del terapeuta diventa un'esperienza interiori che il paziente porta con sé anche dopo la seduta. E' come se una parte della relazione continuasse a vivere dentro di lui. Molte persone raccontano che, nei giorni successivi, sentono più capaci di affrontarne situazione difficile, come se la presenza del terapeuta fosse rimasta dentro a fare da guida. È un effetto trasformativo silenzioso, ma molto potente: la mente del paziente inizia a funzionare diversamente, perché ha fatto esperienza di un modo nuovo di essere accolto, contenuto, ascoltato.
Per rendere tutto questo più concreto, immaginiamo una situazione clinica. Una persona che entra in seduta dicendo che "va tutto bene". Il tono è tranquillo, ma le spalle sono rigide, respiro corto. Racconta la settimana come se stesse leggendo un elenco. Il terapeuta, mentre ascolta, sente una strana stanchezza, come se qualcosa lo tirasse giù. Non è un caso: la stessa stanchezza emotiva che quella persona vive da anni, ma che non riesce a riconoscere. Il terapeuta la percepisce nel proprio corpo: è controtransfert. Nelle sedute successive, la persona racconta un episodio doloroso dell'infanzia con un tono piatto, quasi meccanico. Il terapeuta avverte un peso al petto, una triste tristezza che non gli appartiene. È il transfert: l'emozione congelata del paziente arriva nella relazione prima ancora che lui possa sentirla. Un giorno, dopo un rimando delicato, la persona si irrigidisce e dice che forse la terapia non serve, che "non vuole essere giudicata". Il terapeuta assente in un'ondata di irritazione improvvisa. Non è sua: la rabbia trattenuta dal paziente, che emerge nella relazione a prima ancora che lui possa riconoscerla. Col tempo, la persona inizia a fidarsi e un giorno dice: "quando parlo qui mi sento più calmo, come se potessi respirare meglio". E la suggestione è positiva: la calma il terapeuta è diventato un'esperienza interna che il paziente porta con sé anche fuori dalla seduta.
Esiste però anche un controtransfert più complesso, quello che segnala un limite. A volte terapeuta si accorge che qualcosa nella relazione lo blocca troppo da vicino. Può sentirsi invaso, irritato, confuso, oppure percepire un coinvolgimento emotivo che supera il confine professionale. Ciò che porta il paziente attiva ricordi o vissuti spiacevoli della vita del terapeuta; quest'ultimo perde di lucidità professionale. Non è un fallimento: un segnale di responsabilità. In quei casi, per proteggere il paziente, il terapeuta può decidere non proseguire la presa in carico o indirizzarlo un collega. Un atto di cura, non di rifiuto: significa garantire al paziente uno spazio più libero e più sicuro, dove il lavoro possa procedere senza interferenze personali.
Transfert e controtransfert non sono concetti teorici astratti: sono lama trama viva della terapia. Sono ciò che permette al terapeuta di capire il paziente oltre le parole, e al paziente di sperimentare un modo nuovo di stare in relazione. Sono scambi invisibili, ma concreti, che possono trasformare profondamente la vita emotiva di una persona. E quando funzionano, la terapia non è solo un luogo dove si parla: è un luogo dove si sente, si risuona, si scambia.
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


