Il disagio in terapia: ciò che accade dentro, ciò che accade fuori

Il disagio in terapia: ciò che accade dentro, ciò che accade fuori
  • Dr. Maurizio Sgambati
  • 20/03/2026
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Il disagio che a volte emerge in terapia non è un errore, né un segnale che qualcosa stia andando storto. È spesso il momento in cui la persona entra davvero in contatto con i propri modi abituali di stare nelle relazioni. La terapia non è un luogo sospeso dal mondo: è una relazione vera, e come tutte le relazioni attive i nostri schemi più profondi. Per questo ciò che accade in seduta assomiglia così tanto a ciò che accade nella vita reale, a volte con una precisione sorprendente, quasi spiazzante.

Molte persone arrivano in terapia con l'idea che lì "sarà diverso", che finalmente riusciranno a parlare, fidarsi, non scappare più. Poi, quando si trovano davanti a un terapeuta che ascolta davvero, e emergono gli stessi movimenti che compaiono fuori. Chi nella vita quotidiana fatica a raccontarsi e resta in silenzio anche in seduta, come se le parole dovessero attraversare un varco troppo stretto. Chi teme il giudizio osserva ogni espressione del terapeuta, cercando conferme segnali di disapprovazione. Chi evita i conflitti, preferisce trattenere il malessere piuttosto che dire apertamente "questa cosa mi ha fatto male ", anche quando sarebbe proprio quel confronto a far crescere la relazione e far maturare la persona.

E poi ci sono situazioni ancora più emblematiche. Un paziente, dopo alcune sedute intense, inizia a sentirsi vulnerabile. Non dice nulla, non chiede chiarimenti, non esprime il dubbio che lei è nato dentro. Semplicemente smette di presentarsi. È lo stesso movimento che compie con le persone importanti nella sua vita: quando si sente ferita, si ritira senza spiegazioni, convinta che parlare peggiorerebbe le cose. In terapia, questa fuga non è un fallimento: la traccia viva di un antico modo di proteggersi. E materiale clinico prezioso, perché permette di vedere da vicino un meccanismo che fuori si ripete da anni senza essere compreso. 

Un altro paziente reagisce con sarcasmo. Ogni volta che il terapeuta gli restituisce un'osservazione un po' più profonda, lui risponde con una battuta pungente: "sì, certo, come no… ", Oppure "lei la fa facile". Lo stesso tono che usa con il partner quando si sente messo alle strette, lo stesso modo di sminuire l'altro per non sentire la propria vulnerabilità. In terapia, quel sarcasmo non viene giudicato: viene accolto come un segnale, come un linguaggio emotivo che racconta molto di più della battuta in sé.

E poi ci sono persone che vivono ogni rimando come una critica. Il terapeuta dice: "mi sembra che questa situazione ti abbia toccato molto", e loro sentono: "stai esagerando". Oppure: "forse qui ti sei protetto", E loro percepiscono: "hai sbagliato". È lo stesso filtro con cui leggono il mondo: un collega che fa un commento neutro diventa giudicante, un amico che chiede un chiarimento diventa accusatorio. In terapia, questa ipersensibilità non non viene minimizzata: viene esplorata. È un modo di leggere la realtà che ha radici profonde, spesso legate a esperienze precoci in cui la critica era davvero pericolosa o umiliante.

Questi movimenti non sono "problemi della terapia": sono la terapia. Sono ciò che molte teorie chiamano transfert: la tendenza a portare nel rapporto terapeutico modalità relazionali apprese altrove. Non è un meccanismo patologico, è un modo naturale la mente di orientarsi nelle relazioni.e quando questi schemi emergono nelle relazioni terapeutica, diventano finalmente osservabili. Non più a agiti automaticamente, ma riconosciuti, nominati, compresi. E qui che il disagio assume un significato diverso: non è segnale di pericolo, ma un segnale di verità. È il punto in cui un vecchio schema si mostra e chiede di essere guardato.

In questo processo entra in gioco un altro equivoco molto diffuso: l'idea che un terapeuta "empatico" sia quello che ti dà sempre ragione, che ti conferma, che ti accarezzo emotivamente senza mai contraddirti. In realtà l'empatia terapeutica è molto più complessa. Non è piangere insieme al paziente, non è allearsi ciecamente con lui, non è diventare un amico. E' mantenere una vicinanza emotiva che permette alla persona di sentirsi vista, ma allo stesso tempo una distanza lucida che consenta di osservare ciò che accade senza preconcetti, senza tornaconti personali, senza bisogno di compiacere. Un terapeuta empatico non è quello che ti dice sempre "hai ragione", ma quello che, pensando al tuo bene, ti invita a guardare dove fai fatica a funzionare. È quello che accoglie le tue emozioni, ma non si lascia trascinare dentro di essa al punto da perdere la capacità di vedere. È quello che, quando la relazione sufficientemente solida, ti "spintona" gentilmente verso ciò che eviti, ti confronta con i tuoi schemi disfunzionali, ti invita a correggerli. Essi, questo può essere scomodo. A volte è molto scomodo.

Il terapeuta è umano e può commettere errori. Può fraintendere, può non cogliere subito un passaggio, può dire una parola che risuona male. Ma proprio attraverso questi inciampi può mostrarti come si può stare in una relazione senza distruggerla: riconoscendo l'errore, riparando, chiarendo. È un modello di relazione che nella vita reale spesso ma anche, e che in terapia diventa un'esperienza trasformativa.

Il cambiamento psicologico nasce spesso da qui: dal riconoscere un proprio modo abituale di reagire, dal sentirne il peso, dal poterlo attraversare insieme a qualcuno che resta presente. Le incomprensioni, i malintesi, le tensioni non sono deviazioni dal percorso: sono parte del percorso. Sono l'occasione per imparare che un confronto può essere affrontato senza perdere l'altro, che è un dubbio può essere espresso senza vergogna, che è un limite può essere nominato senza distruggere la relazione.

La terapia è uno spazio sicuro, non perché evita il disagio: perché lo rende affrontabile. È un luogo in cui ciò che accade nella vita reale può finalmente essere visto, compreso e trasformato. E quando questo accade, la persona non cambia solo "in terapia": cambia il modo in cui vive, sente e si muove nel mondo. A volte basta proprio questo: accorgersi che quel disagio non è un ostacolo, ma una soglia. Una soglia che si attraversa insieme, con cautela e con coraggio, per impastare nelle relazioni in modo più libero e più vero.


Dr. Maurizio Sgambati

Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone

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