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Quando il sintomo chiama: psicoterapia, psicofarmaci e l’illusione dell’intervento immediato

Quando il sintomo chiama: psicoterapia, psicofarmaci e l’illusione dell’intervento immediato
  • Dr. Maurizio Sgambati
  • 18/02/2026
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Ci sono momenti in cui il sintomo arriva senza preavviso: un'ansia che stringe il petto, un improvviso crollo dell'umore, un vuoto che sembra inghiottire tutto. In quegli istanti la persona sente di non avere più appigli e prende il telefono. Chiama lo psicoterapeuta come si chiamerebbe un numero d'emergenza, con la speranza che una parola, un incontro, un gesto possano spegnere il dolore all'istante. 

È un impulso umano, comprensibile: quando si soffre, si cerca sollievo. Eppure, appena l'ondata si ritira - da sola o grazie a un farmaco prescritto dal medico - l'urgenza svanisce e l'appuntamento viene annullato o il percorso interrotto. Quando c'è un po' di sollievo, la motivazione ad intraprendere un percorso su di sé - faticoso dal punto di vista energetico, della quantità di tempo da investire e anche economicamente - decade con la speranza che che il disagio non si ripresenti più.

Come se la terapia fosse un estintore da usare solo quando il fuoco di vampa. Ma l'intervento immediato sul sintomo appartiene alla medicina. Gli psicofarmaci hanno funzione preziosa: stabilizzano. Sono un cerotto sulla ferita, un sostegno che permette di respirare quando l'ansia paralizza, di dormire quando la mente non si ferma, di muoversi quando l'umore è troppo basso per farlo da soli. Non curano la ferita, ma impediscono che peggiori. Restituiscono alla persona la possibilità di riprender la sua vita e le sue routine.

La psicoterapia, invece, non spegne il sintomo: lo ascolta. Non si limita a calmare l'ansia, ma cerca di capire perché è arrivata. Non solleva semplicemente l'umore, ma indaga le ferite, le storie, i modelli relazionali interiorizzati che hanno portato quel dolore a manifestarsi proprio così. Il sintomo non è un intruso da eliminare: è un messaggero. Porta un contenuto, un bisogno, un conflitto.

La terapia psicologica è il luogo in cui quel contenuto può finalmente prendere parola. E mentre la persona soffre, anche chi le sta accanto viene coinvolto. Partner, genitori, amici cercano di aiutare come possono, ma senza strumenti clinici rischiano di assorbire il malessere, di farsene carico, di diventare - senza volerlo - parte del problema. La sofferenza psicologica è contagiosa: si diffonde, si interpreta, si tenta di compensare. Ma nessuna relazione può sostituire un percorso terapeutico, e quando si prova a curare ciò che non si comprende, si crea un paradosso: tutti soffrono, ma nessuno capisce davvero perché. 

In questi momenti, i consigli più comuni - "esci, fai sport, distraiti" - possono essere utili, ma non bastano. Le abitudini sane sostengono, ma non trasformano la crisi, invece, può diventare un punto di svolta. E spesso proprio nel momento di massimo dolore emotivo che una persona prende coscienza della necessità di un percorso. Il sintomo, allora, smette di essere un nemico e diventa un varco: un invito a guardarsi dentro, dare un nome a ciò che finora è rimasto muto.

La ricerca scientifica conferma questa visione integrata: nei disturbi lievi e moderati la psicoterapia può essere efficace quanto i farmaci; nei casi più gravi farmaci possono essere indispensabili per stabilizzare lo stato emotivo e rendere possibile il lavoro terapeutico; e quando i due interventi procedono insieme, i risultati tendono a essere più solidi e duraturi. Il farmaco riduce il rumore fastidioso. La terapia permette di ascoltare ciò che quel rumore copriva. Naturalmente, anche i farmaci hanno limiti: non sempre eliminano il sintomo, non impediscono sempre le ricadute, non toccano il senso di vuoto o le ferite emotive. Possono stabilizzare, ma non spiegano perché sia arrivati a soffrire. E qui che la psicoterapia diventa essenziale: non per sostituire il farmaco, ma per completarlo, per dare voce a ciò che è rimasto in ombra, per trasformare il sintomo in un'occasione di crescita.

La guarigione, infatti, non coincide con la scomparsa del sintomo. È qualcosa di più sottile e più profondo: la capacità di comprenderlo, di contenerlo, di trasformarlo. Il farmaco aiuta a respirare. La terapia aiuta a vivere. E il gesto più radicale, quello che davvero cambia la vita, è restare in terapia anche quando il sintomo tace. Perché è proprio lì, nel silenzio, che il lavoro comincia davvero. È lì che la persona smette di inseguire l'urgenza e inizia a incontrare se stessa.  Il sintomo può chiamare all'improvviso, ma la cura risponde solo a chi resta.


Dr. Maurizio Sgambati

Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone

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