Psicologia Takeaway nella Società Liquida
Viviamo in un'epoca in cui la velocità è diventata la misura del valore. Tutto deve essere immediato: la risposta, la soluzione, il cambiamento. Anche la psicologia, purtroppo, rischia di essere travolta da questa cultura dell' "istantaneo", dove lo psicologo viene percepito come un dispensatore di consigli rapidi, un contenitore in cui riversa il disagio per poi tornare alla vita di sempre, come se non la fosse.
L'illusione della soluzione istantanea
Sempre più spesso, chi si rivolge a uno psicologo lo fa con l'aspettativa - spesso inconsapevole - di ricevere una "pillola magica" che risolva tutto. È un atteggiamento che richiama la "personalità preconvenzionale" di Lawrence Kohlberg, in cui il comportamento guidato da bisogni immediati e gratificazioni personali, piuttosto che da una reale comprensione di sé o delle proprie dinamiche interiori. Questa tendenza è alimentata da una società che premia l'efficienza, la performance e l'apparenza, a scapito della profondità. Come osservava Erich Fromm, siamo passati dall' "essere " all' "avere": non ci interessa più essere in equilibrio, ma avere una soluzione, avere un consiglio, avere un sollievo.
Psicologia come consumo: il rischio della superficialità
Il rischio è che la reazione terapeutica venga ridotta a un servizio da "consumare", come un fast-food emotivo. Il paziente arriva, "vomita" il proprio disagio, e si aspetta che lo psicologo lo "giusti". Ma la psicoterapia non è un intervento d'urgenza, né un consiglio amichevole: è un percorso, spesso faticoso, di esplorazione, consapevolezza e trasformazione. Carl Rogers parlava di "tendenza attualizzante", ovvero quella forza interiore che spinge un individuo verso la realizzazione di sé. Ma questa spinta richiede tempo, fiducia, e soprattutto volontà di mettersi in discussione. Non può essere compressa in una seduta da 50 minuti con l'aspettativa di uscirne "aggiustati".
La società liquida è l'evaporazione del legame terapeutico
Il sociologo Zygmunt Bauman ha descritto la nostra epoca come una "società liquida", un tempo in cui tutto è fluido, instabile, transitorio. La relazioni, le identità, i valori e persino le istituzioni sembrano perdere consistenza, diventando sempre più fragili e mutevoli. In questo scenario, anche la psicologia rischia di essere travolta da questa logica della liquidità. Nel mondo liquido, l'idea di un percorso terapeutico stabile, duraturo, fondato sulla fiducia e sull'impegno reciproco, appare quasi anacronistica. La relazione terapeutica, che richiede tempo, profondità e continuità, si scontra con immaginario sociale che privilegia l'immediatezza, la leggerezza, la reversibilità. Si cerca lo psicologo come si cerca un tutorial su YouTube: per risolvere un problema specifico, nel miglior tempo possibile, con il minimo sforzo.
Ma la psiche non è liquida. È stratificata, complessa, radicata in una storia personale che affonda le sue radici nell'infanzia, nelle relazioni primarie, nei traumi e nei desideri inespressi. Pensare di sciogliere questi nodi con una tecnica rapida o un consiglio ben assestato significa negare la profondità dell'esperienza umana.
Anche i professionisti si sono adattati?
Non possiamo ignorare che questa deriva culturale ha influenzato anche il mondo professionale. Sempre più spesso, anche tra gli addetti ai lavori, si assiste a un crescente enfasi sulle tecniche, sui protocolli brevi, sugli approcci "evidence-based" intesi come strumenti standardizzati da applicare meccanicamente. Si rischia così di ridurre la terapia a un insieme di procedure, perdendo di vista il cuore pulsante del lavoro psicologico: la relazione.
La relazione terapeutica - fatta di ascolto, confronto, riflessione, fiducia e presenza - è il vero motore del cambiamento. È in questo spazio condiviso, protetto e autentico che il paziente può iniziare a esplorare il proprio mondo interno, dare senso alla propria storia, sciogliere no di stratificati fin dall'infanzia. Nessuna tecnica, per quanto raffinata, può sostituire la potenza trasformativa di una relazione significativa.
Relazione Takeaway: anche il terapeuta diventa usa e getta
In questa società liquida, anche le relazioni umane si trasformano. Non sono più legami duraturi, ma connessioni temporanee, reversibili, leggere. Come in un servizio di delivery, si ordina ciò che serve, si consuma, e si passa oltre. Questo modello relazionale, che Bauman definiva "relazioni a consumo", si è ormai esteso a ogni ambito della vita, inclusa la relazione terapeutica. Sempre più spesso, il terapeuta viene vissuto come una figura da "attivare" nel momento di bisogno, ed a "archiviare" con un semplice messaggio quando il disagio sembra rientrato o quando la fatica del percorso inizia a farsi sentire. È il trionfo della logica del "non mi serve più", che riduce la relazione a una funzione, un servizio da interrompere appena perde la sua utilità immediata.
Ma la relazione terapeutica non è un contratto a consumo. È un legame che si costruisce nel tempo, fatto di fiducia, di presenza, e di continuità. È proprio nel momento in cui il paziente vorrebbe fuggire, chiudere, evitare, che spesso si aprono le porte più importanti del cambiamento. Interrompere bruscamente quel legame significa spesso interrompere anche il processo trasformativo, rinunciando a ciò che di più prezioso la terapia può offrire: la possibilità di stare in una relazione che non si spezza al primo urto. Così scriveva Irwin Yalom, "è la relazione che guarisce". Ma perché possa farlo, deve essere coltivata, attraversata, abitata. Non consumata e scartata.
Ritrovare la profondità in un mondo che galleggia
In una società che ci spinge a galleggiare in superficie, la psicoterapia può essere uno degli ultimi luoghi in cui è ancora possibile andare in profondità. Un luogo in cui non si cerca la performance, ma la verità. Non l'efficienza, ma il senso. Non la soluzione rapida, ma la trasformazione autentica.
Riscoprire il valore della lentezza, della continuità, della relazione: è forse questa la sfida più grande per la psicologia contemporanea. In un mondo liquido, la terapia può essere l'argine che ci permette di non disperderci, di ritrovare un centro, di costruire un'identità che non si sciolga al primo urto.
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


