Abuso infantile: la storia che nessun bambino dovrebbe vivere (aggressività e passività)
Ci sono verità che non si imparano dai libri, ma dalle stanze di terapia, dalle pause tra un respiro e l'altro, da quel momento in cui qualcuno trova finalmente il coraggio di dire: "non era solo lui a farmi del male. Era anche lei che non faceva niente". È lì che emerge una realtà tanto semplice quanto devastante. Non esiste un genitore abusante senza un genitore passivo. L'abuso non è mai un atto solitario. E' Una coreografia. Una danza in cui uno colpisce e l'altro guarda. Il bambino, però, non vede una danza. Vede due figure: una che fa paura è una che dovrebbe proteggerlo. E quando quella che dovrebbe proteggerlo resta immobile, il mondo intero perde forma.
Il genitore abusante è riconoscibile. È il rumore, l'esplosione, la minaccia. Il genitore passivo è più difficile da nominare. E' la mano che non arriva, lo sguardo che scivola via, la porta che non si apre. E' l'assenza dentro la presenza.
Dal punto di vista psicologico, questa assenza è un trauma nel trauma. Bowby lo direbbe in modo semplice: quando la figura di attaccamento non protegge, il bambino non perde solo sicurezza, perde il senso del mondo. Non sa più cosa è giusto, cose sbagliato, cose è pericoloso, cose è normale. E allora si adatta. Sempre. Perché i bambini non smettono di amare i genitori: smettono di amare se stessi per poterli amare.
La prospettiva sistemica ci aiuta a vedere ciò che il bambino non può vedere: l'abuso non è solo un comportamento individuale, è una configurazione familiare. Il genitore passivo non è un semplice spettatore. È parte del meccanismo. A volte è terrorizzato, a volte è rassegnato. A volte è cresciuto in una casa dove la violenza era normale e non la riconosce più. A volte ha imparato che sopravvivere significa non disturbare il predatore ma per il bambino questo non conta. Per lui conta solo una cosa: non c'è nessuno che mi difende. E questa è una delle esperienze più disorganizzanti che un essere umano possa vivere. La psicotraumatologia lo descrive bene: il trauma non è solo ciò che accade, ma il fatto che accade da soli. Quando la minaccia arriva e l'adulto non interviene, il sistema nervoso del bambino va in cortocircuito. Non sa più se correre, congelarsi o compiacere. E spesso sceglie la terza: diventare "buono", "tranquillo", "invisibile".
Immagina una bambina seduta al tavolo della cucina. Il padre entra, già irritato. Basta un dettaglio - un bicchiere fuori posto, un compito sbagliato - e la tensione esplode. La madre è lì, a pochi passi. Guarda la scena, abbassa gli occhi. "Non rispondere, passerà". "E' tatto così". "Non farlo arrabbiare". La bambina non sente solo le parole. Sente il messaggio nascosto: sei sola. E quando un bambino capisce di essere solo, qualcosa dentro lui si spezza in due: una parte che sopravvive una parte che aspetta ancora, anni dopo, che qualcuno finalmente lo difenda.
Molti adulti che hanno vissuto queste dinamiche difendono il genitore passivo più della abusante. "Faceva quello che poteva". "Era fragile". "Non voleva problemi". "Mi voleva bene". E forse è tutto vero. Ma non cambia il fatto che non ha protetto. Per un bambino, l'amore senza protezione è un enigma impossibile da risolvere. E' come essere abbracciati da qualcuno che non ti difenderebbe mai da un incendio.
Riconoscere il ruolo del genitore passivo non significa condannarlo. Significa vedere la propria storia con gli occhi adulti, non più con gli occhi del bambino che cercava disperatamente di salvarlo. Significa capire che la solitudine di allora non era una colpa, ma una condizione. Significa restituire dignità a quella parte di sé che ha aspettato invano una mano che non è arrivata.
Una chiusura che apre uno spazio nuovo
Arriva un momento, nella vita di chi è cresciuto in queste famiglie, in cui la verità non fa più paura. È il momento in cui si smette di guardare la propria infanzia con gli occhi del bambino che sperava, e la si guarda con gli occhi dell'adulto che finalmente vede. E allora accade qualcosa di sorprendente: la storia cambia forma. Non perché diventa più leggera, ma perché diventa più vera.
Si comprende che l'abusante non era l'unico responsabile del dolore. Che il silenzio dell'altro genitore non era innocuo. Che quella solitudine non era un difetto del bambino, ma una mancanza dell'ambiente. In quella consapevolezza, spesso per la prima volta, nasce una possibilità nuova: la possibilità di smettere di essere fedeli a un copione che non ci appartiene più.
Perché chi è cresciuto senza protezione, impara a proteggere tutti, tranne se stesso. Impara a essere accomodante, comprensivo, forte, invisibile. Impara a non disturbare, non chiedere, non pesare. Impara a sopravvivere. Ma sopravvivere non è vivere.
La guarigione comincia quando ci si concede il diritto di essere protetti, oggi, da adulti. Quando si accetta che non si deve più essere il bambino che calma la tempesta, che anticipa il pericolo, che si fa piccolo per non far rumore. Quando si scopre che esiste un modo di stare al mondo in cui la sicurezza non è un premio da meritare, ma un diritto da reclamare.
E allora, lentamente, qualcosa si ricompone. Non la storia - quella resta com'è - ma il modo in cui la si porta. Non il passato - quello non cambia - ma il posto che occupa dentro di noi. E in quello spazio nuovo, finalmente, può nascere una vita che non assomiglia più alla paura, ma la libertà.
Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone


