Quando la casa trema dentro: il bambino che assiste alla violenza domestica

Quando la casa trema dentro:  il bambino che assiste alla violenza domestica
  • Dr. Maurizio Sgambati
  • 12/02/2026
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La violenza assistita, o vicaria, - quella che un bambino vive assistendo ai conflitti alla violenza tra i genitori - è una ferita che non lascia segni sulla pelle, ma modella profondamente il modo in cui quel bambino imparerà a sentire, fidarsi, ad amare. Crescere in una casa in cui l'amore convive con la paura significa costruire la propria identità emotiva su un terreno instabile: la sicurezza diventa fragile, il conflitto può esplodere da un momento all'altro, chi dovrebbe proteggere può diventare fonte di minaccia o essere troppo spaventato per farlo. 

Questa esperienza non resta confinata all'infanzia. Il bambino che vive nella violenza diventa spesso un adulto che fatica fidarsi, che teme l'abbandono, che confonde l'intensità con l'amore, che evita il conflitto o lo teme in modo sproporzionato. Un adulto che si iper-adatta, che compiace, che controlla, che sceglie partner che riproducono dinamiche note, che normalizza comportamenti aggressivi perché li ha respirati troppo presto. Il corpo dell'adulto porta ancora l'impronta del bambino: basta un tono di voce più duro, un gesto improvviso, un silenzio carico per riattivare antichi circuiti di allarme. Non è fragilità. è neurobiologia. 

Un sistema nervoso cresciuto in allerta che continua a proteggersi anche quando il pericolo non c'è più. A volte il pericolo non arriva con un'esplosione. Arriva piano, come un cambio d'aria nella stanza. Il bambino lo sente prima ancora di capirlo: un passo più pesante del solito, un bicchiere appoggiato con troppa forza, un silenzio che si allunga oltre il naturale. In quel momento che il suo corpo si irrigidisce. Non sa cosa succederà, ma il suo cervello si: qualcosa sta per accadere. Mentre gli adulti litigano nella stanza accanto, lui impara a leggere il mondo attraverso micro-segnali che nessuno gli ha mai insegnato a decifrare. 

La violenza assistita è così: un terremoto che non rompe i muri, ma cambia per sempre la geografia interna di chi lo vive. Ogni urlo, ogni oggetto che cade, ogni sguardo terrorizzato del genitore vittima diventa un'informazione che il suo cervello registra con precisione chirurgica. 

  • L'amigdala si accende come un allarme, 
  • l'ippocampo cattura frammenti sensoriali senza riuscire a costruire una storia coerente, 
  • l'insula traduce tutte le sensazioni corporee: stomaco chiuso, respiro trattenuto, muscoli pronti a scattare. 

Non serve essere colpiti per essere feriti: basta assistere all'impotenza di chi ami. Il cervello infantile non interpreta: prevede. Non cerca spiegazioni, cerca segnali. Così impara a riconoscere i precursori del pericolo: un tono di voce che cambia, un passo che accelera, un silenzio che pesa come una minaccia. 

La corteccia prefrontale, ancora immatura, non può dare senso a ciò che accade, allora la minaccia diventa un'ombra che precede ogni gesto, ogni rumore, ogni sera. Il bambino non vive nel presente: vive nel "forse". Quando non può scappare e non può intervenire, il corpo diventa luogo in cui il trauma si deposita. 

Il sistema nervoso autonomo entra in modalità sopravvivenza: il cuore accelera, i muscoli si contraggono, la respirazione si fa corta, il sonno diventa un territorio instabile.

Il nervo vago perde la sua capacità di riportare la calma. Il corpo impara a stare nell'allerta anche quando non serve, e questa allerta, col tempo, diventi identità. 

Il paradosso più doloroso è quello dell'attaccamento: il bambino cerca conforto proprio da chi lo spaventa o da chi non riesce a difendersi. Il genitore, che dovrebbe essere il regolatore biologico del suo sistema emotivo, diventa una figura ambivalente. Nasce così un attaccamento disorganizzato, fatto che avvicinamenti e fughe, confusione emotiva, tentativi precoci di controllo, difficoltà a fidarsi degli altri. Il cervello impara che l'amore può ferire e che la sicurezza non è mai garantita. Queste impronte non svaniscono con la crescita. 

Da adulti, basta un rumore improvviso, un tono di voce simile, un conflitto innocuo per riattivarlo stesso circuito di allarme. Il cervello riconosce pattern, non contesti: se un pattern assomiglia a quello del passato, reagisce come allora. Così emergono la paura del conflitto, l'iper-controllo, la difficoltà fidarsi, la tendenza normalizzare la violenza. Il corpo ricorda anche quando la mente vorrebbe dimenticare.

La buona notizia è che il cervello non è un archivio immutabile. Un organo plastico, capace di cambiare quando incontra esperienze nuove e sicure. La terapia, le relazioni sane, la regolazione emotiva presa nel tempo possono calmare l'amigdala, rafforzare la corteccia prefrontale, creare nuove associazioni di sicurezza, insegnare al corpo che non tutto ciò che è forte e pericoloso. La guarigione non cancella il passato. Lo ri-narra.

La violenza assistita non si risolve con il tempo. Si integra i sistemi di regolazione emotiva, nei modelli di attaccamento, nelle risposte neurofisiologiche allo stress. Da adulti, non si reagisce "male": si reagisce come ci si è dovuti adattare per sopravvivere. Il lavoro clinico consiste nel rieducare un sistema nervoso che per anni ha funzionato in modalità emergenza. Significa: 

  • Riconoscere i trigger;
  • Distinguere il presente dal passato;
  • Tollerare il conflitto senza viverlo come una minaccia;
  • Costruire confini che non siano né muri né sottomissioni. 
  • Rivedere i modelli relazionali interiorizzati;
  • Sostituire la paura con la coerenza, l'iper-controllo con la fiducia, l'evitamento con la presenza. 

Non è un processo rapido, ma è un processo possibile. La neuro plasticità permette di creare nuove connessioni nuove risposte. La psicoterapia offre un contesto stabile prevedibile che corregge le aspettative apprese nell'infanzia. Le relazioni sane diventano laboratori in cui il corpo impara che la vicinanza non è pericolosa e che il conflitto può essere gestito senza distruggere il legame. In termini clinici, questo è il punto di arrivo: 

  • un adulto che non elimina il trauma, ma lo integra; 
  • che non cancella ciò che ha vissuto, ma smette di esserne governato; 
  • che non reagisce più automaticamente, ma sceglie.

Quando sistema nervoso smetti di anticipare il pericolo e comincia a riconoscere la sicurezza, la storia cambia davvero. Non perché il passato diventa leggero, ma perché non determina più il futuro.


Dr. Maurizio Sgambati

Dr. Maurizio Sgambati
Psicologo a Pordenone

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