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La Sindrome di Cenerentola

La sindrome, o complesso, di Cenerentola è stata descritta per la prima volta da Colette Dowling in un suo libro; si riferisce a quelle donne che, inconsciamente, desiderano essere curate e sostenute dagli altri poiché temono di raggiungere la propria indipendenza. Questa sindrome prende il nome dal personaggio della fiaba Disney “Cenerentola” in cui la protagonista è una giovane donna, bella, istituita, educata, lavoratrice che però ha bisogno di una “forza esterna” che la salvi dalla propria triste condizione. E’ una donna che segretamente ambisce sentirsi tutelata e protetta dal suo uomo: un “principe” o più precisamente un uomo idealizzato. 

La donna con la sindrome di Cenerentola spesso può diventare vittima del partner a cui si affida. La sua controparte maschile è un uomo con la “sindrome del cavaliere bianco” (vedi prossimo articolo) o un “narcista-opportunista”, ovvero colui che approfitta delle insicurezze e del senso di smarrimento della sua compagna per manipolarla ed indurla a fare ciò che lui desidera. 

A causa della sua necessità di essere magicamente salvata, curata e coccolata da qualcuno, Cenerentola diventa un bersaglio facile per persone che hanno bisogno di alimentare la propria autostima andando in soccorso di chi è in difficoltà o manipolando le persone per confermare il proprio valore, la propria onnipotenza e l’ego smisurato. 

Il gioco psicologico sotteso a tale relazione è “sto solo cercando di aiutarti”; trattasi di un gioco che vede la presenza di un partner “salvatore” inizialmente intento a tutelare la sua donna indifesa, a disagio nello stare sola seppur capace gestirsi in molti ambiti, ma che in un secondo tempo si tramuta nel suo "persecutore". Un partner che critica, svaluta e sminuisce le difficoltà di “cenerentola” al fine di mantenerla all’angolo così da evitare che col tempo acquisisca sicurezza, cresca e diventi autonoma. In tal modo viene a mantenersi una relazione di reciproca dipendenza con ruoli stabili ma non funzionali: lei conferma la sua incapacità a stare da sola e lui il suo senso d’essere indispensabile.

Questo tipo di legame è spesso incoraggiato dalla società che sostiene il concetto di sottomissione delle donne e l’idea che essere siano meno valide degli uomini. Le donne hanno minor possibilità in termini di carriera, di ricoprire cariche importanti e di essere retribuite quando gli uomini. Le limitazioni all’autonomia femminile sono anche il risultato di una società maschio-centrata o maschilista. Tuttavia il complesso di Cenerentola non è esclusivo delle donne; è presente anche negli uomini spesso intimoriti da una società altamente competitiva.  

Non esiste l'uomo perfetto e la vita purtroppo non è una favola in cui ci si può mettere totalmente nelle mani altrui; è necessario sia fidarsi ma anche imparare ad essere autonomi, a cavarsela da se; questo richiede sforzo.

Le persone non nascono indipendenti ma lo diventano, acquisendo competenze attraverso  l’assunzioni di rischi e l’esperienza al di la della paura. L'indipendenza permette alle persone di prendere le proprie decisioni e di raggiungere degli obiettivi. Non è incompatibile con una relazione affettiva. La relaziona quando è sana si basa sull’interdipendenza ovvero sul reciproco sostegno, sul rispetto, e sulla valorizzazione delle risorse individuali. La relazione è il miglior mezzo attraverso il quale ogni persona può crescere ed acquisire nuove competenze per mezzo dello scambio e del confronto con l’altro; è all’interno di questo contesto protetto in cui si possono apprendere modalità nuove che il partner possiede ed ama mettere a disposizione della persona a cui vuole più bene.

Per approfondire leggi gli articoli correlati: la “dipendenza affettiva” ed il “ciclo della dipendenza affettiva”.

 

 

Dr. Maurizio Sgambati

Psicologo Psicoterapeuta Pordenone

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