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La paura del rifiuto

Le persone che temono il giudizio altrui si focalizzano molto di più frequentemente sul linguaggio del corpo, la scelta ed il ritmo delle parole usato dai propri interlocutori. Osservano anche i più piccoli dettagli della comunicazione non verbale per interpretare e scovare tra le righe della conversazione e negli atteggiamenti significati nascosti. Ciò che comunemente trovano è la conferma del loro timore di non andare bene, di essere rifiutati, allontanati, criticati anche dove questa intenzione da parte dell’altro non sussiste. Se da un lato questo atteggiamento iper-vigile li rende più attenti ed empatici rispetto alla maggioranza delle persone, dall’altro rischiano di usala per estraniarsi dai rapporti, per isolarsi, anche in quelle relazioni che possono avere una evoluzione positiva. Essi mettono distanza e rifuggono l’intimità psicologica con gli altri per una lettura errata delle intenzioni altrui. Effettuano delle vere e proprie “letture di mente”, inferendo significati nascosti e minacciosi per cui, per proteggersi, si ritirano nella loro solitudine. 

L’estremo evitamento dai rapporti umani per la paura del giudizio e la conseguente mancanza di relazioni amicali ed affettive caratterizzate da calore ed accoglienza può rendere alcuni soggetti più a rischio di depressione. Hanno paura di rapportarsi agli altri, ottenere rifiuti e conferma della loro inutilità. Guardano ai piccoli screzi, alle incomprensioni  e alle offese come prova del loro disvalore. La paura del rifiuto è come una profezia che si auto-avvera; le persone trovano proprio ciò che stanno cercando; percepiscono il rifiuto, la critica e disconferma dove non c’è! Agiscono in modo contraddittorio, confuso, distaccato, impacciato ed in tal modo provocano l’allontanamento degli altri. Gli amici di fronte a tale atteggiamento ambivalente decidono di non insistere più col fare inviti prontamente rifiutati e portare avanti una relazione faticosa con chi sembra non voler corrispondere: essi immaginano che non ci sia il desiderio di rapporto intimo e non intuiscono che si tratta di un blocco, di una profonda  paura che impedisce di mantenere legami profondi con loro.

L’alta sensibilità al rifiuto e la scarsa considerazione di se sono due elementi che agiscono in sinergia e annichiliscono chi ne è vittima. 

Le persone disponibili e le occasioni di socializzazione vengono tenute a debita distanza per continuare, seppur inconsciamente, a convalidare l’idea di se stessi negativa. Qualora la persona facesse più esperienze verso l’esterno senza pregiudizi legati ai propri rigidi schemi di pensiero non troverebbe modo per autoalimentare tali "pensieri paranoici". 

Cultura e società ci insegnano a usare fonti esterne come riferimento, ad attribuire il valore delle persone in base a ciò che facciamo e a come appaiamo (il fare) piuttosto che alla interiorità e  alla nostre intrinseche qualità (l’essere). Impariamo sin da piccoli ad essere giudicati, negativamente e positivamente, in base ai nostri comportamenti, alle nostre prestazioni scolastiche, sportive, in base al nostro successo lavorativo e alla popolarità sociale. Diciamo ai bambini che sono buoni se obbediscono a regole di cui non sempre capiscono il senso, se eccellono a scuola. Li applaudiamo quando hanno eccellenti prestazioni sportive e il paragoniamo quando, pur ottenendo discreti risultati, non raggiungono lo stesso livello del “migliore” del loro gruppo di appartenenza (classe, squadra).  In questa società non educhiamo i figli a sentirsi rispettati e valorizzarti come persona al di la del risultato visibile ma solo su quando “producono” ed in base a quanto successo ottengono. La persona ha valore sulla base di quando è realizzata e visibile nella contesto a cui appartiene e non per le qualità interiori che possiede. La bassa o alta autostima di un adulto è strettamente legata al rapporto che ha avuto da bambino con i genitori: se è cresciuto con genitori amorevoli e che lo hanno incoraggiato, sostenuto e valorizzato per ciò che egli è, piuttosto che per come appare, che è degno di amore e rispetto incondizionati allora la sua autostima (fiducia di se) sarà elevata e non avrà timore di relazionarsi agli altri e non si sentirà minacciato da eventuali rifiuti ricevuti. Avrà imparato ad essere una “persona ok” per il semplice fatto di esistere. La persona con bassa autostima, potenzialmente depressa, non ha fatto questo tipo di esperienza nella relazione coi genitori da bambini. Combatte per tutta la vita con la sensazione di inutilità, di esclusione, di non appartenere, di non essere meritevole di amore poiché nelle sue prime relazioni, quelle coi genitori, non ha fatto l’esperienza di accettazione piena e incondizionata.

Crescere con l’esperienza di non essere amabile o di essere adeguato su condizione, ovvero a patto di compiacere i genitori e una società estremamente esigente e critica, crea un “buco nero emotivo” che difficilmente può essere riempito. Partner affettuosi ed amici intimi difficilmente riusciranno con la loro presenza a sanare quell'antica sensazione di non essere una persona meritevole di stima e amore. Si può sentire l’amore altrui solo se si è convinti di essere meritevoli, se si ha amore verso se. E’ come una sensazione profonda e viscerale d'essere degni di ammirazione.

Tuttavia non è impossibile modificare la percezione di se stessi e aprirsi alle relazioni con altri accettando il rischio del rifiuto. Si può lavorare per aumentare la propria autostima; questo non può avvenire in tempo brevi se si considera il fatto che è un concetto strutturatosi durate l’infanzia e che si è rafforzato nel corso di anni successivi. 

Ci si può però col tempo costruire una “pelle più spessa“ per essere meno sensibili e vulnerabili al rifiuto.

Se si soffre di elevata sensibilità al rifiuto, alla critica, è necessario sforzarsi di esporsi in modo graduale e sistematico alle situazioni temute. Evitando di evitarle e permettersi di tollerare in modo graduale e controllato situazioni imbarazzanti in modo via via sempre più crescenti. Si deve imparare a gestire i pensieri negativi e la conseguente reazione ansiosa. 

Ad esempio imponendosi di scambiare qualche parola con uno sconosciuto al supermercato o in ascensore; fare quale battuta divertente e stravagante,  avvicinarsi a qualcuno di sesso opposto al bar o al ristorante. Questa è una tecnica paradossale che funziona incredibilmente bene; imporsi di fare volutamente proprio ciò che si sta tentando di eludere e che causa ansia per imparare rapidamente che il rifiuto nelle situazioni reali non è così probabile e, qualora si verifichi, neppure catastrofico. Tutte le persone sono autocentrante, si focalizzano sulle proprie difficoltà, prestano meno attenzioni e elargiscono meno giudizi nei confronti degli altri di quanto si pensi. 

 

 

Dr. Maurizio Sgambati - Psicologo Psicoterapeuta Pordenone

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