Come vincere la solitudine?

Tutti facciamo i conti prima o poi con la sensazione di sentici soli. A volte il dolore legato ad una profonda solitudine può diventare un problema difficile da affrontare. Si tratta di una sensazione soggettiva che si può avvertire nonostante si sia circondati da molteplici persone come amici, parenti e colleghi di lavoro. Mal grado il legame oggettivamente presente la sensazione che alcuni possono provare è di sentirsi “disconnessi”. La presenza di una rete sociale non implica quindi che ci debba necessariamente sentire a proprio agio emotivamente. Oltre a ciò capita spesso che le persone di riferimento non abbiano strumenti per aiutare a proteggerci da questo dolore emotivo chiamato solitudine. 

La solitudine può a volte essere solo l’inizio di un disagio e che comincia a manifestarsi coinvolgendo la sfera emotiva per compromettere alla lunga la salute fisica. Quando ci sentiamo soli infatti le reazioni di stress coinvolgono le dimensioni psico-fisica ed il sistema immunitario; quest'ultimo può allentare la sua capacità di risposta. Ciò ci predispone al rischio di contrarre un ampio spettro di malattie, come quelle vascolari. La solitudine cronica compromette il nostro tasso di sopravvivenza e ci espone e malattie di tipo psichico come la depressione. Per questo motivo va valutato se si tratta di una sensazione transitoria legata ad un problema contingente, una risposta sana ad esempio un lutto che si sta elaborando, o qualcosa di più pervasivo che rischia di cronicizzarsi col tempo. 

Alcune persone si avvicendando alla solitudine a poco a poco, gradualmente, senza neppure rendersene conto all’inizio. Ad esempio quando gli amici più stretti si fidanzano, si chiudono all’interno di una relazione di coppia stabile, altri si trasferiscono o privilegiano la carriera lavorativa e in tal modo la cerchia di amicizia strette si assottiglia sempre più. I legami costruiti nel corso degli anni, specie quelli adolescenziali, pur non volendolo si perdono. Altre volte può essere la morte di un partner, una separazione o divorzio, l’inizio di un nuovo lavoro o un trasferimento a determinare una chiusura tra se ed il mondo relazionale circostante. Alcune persone dopo una grande delusione affettiva decidono di non investire più in una nuova relazione e si tengono occupate con attività che fungono da distruttori (es. iper-lavoro mania) per non entrare più in contatto con il proprio mondo emotivo. Ad un certo punto ci si può rendere conto di essersi tagliarti fuori dal “mondo delle persone“. Una riflessione a parte riguarda coloro che si trovano ad affrontare una malattia cronica, una disabilità o altre condizioni limitanti e che sono costrette a relazionarsi con il dolore quale compagno di vita.

Dal punto di vista psicologico uscire dal dolore può essere impegnativo poiché la sofferenza emotiva può indurci a distorce la nostra percezione della realtà, a farci credere che alle persone attorno non interessa del nostro stato interiore. Questo atteggiamento non solo ci fa guardare agli altri in modo negativo ma ci fa ancor più allontanare dalle persone che, che smettono di cercarci. La loro assenza, che di fatto è una reazione alla nostra riluttanza verso gli altri, può essere interpretata come una conferma del poco interesse nei nostri confronti. Si crea quindi una spirale distorta della situazione che avvalla la nostra chiusura. 

Queste distorsioni cognitive producono una catena di affetti; si tratta di profezie che si auto-avverano e nelle quali molti si ritrovano intrappolati senza esserne consapevoli. 

E’ un meccanismo attraverso il quale rischiamo di trovare conferma che siamo persone indesiderabili, invisibili, e che ci impediscono di rimanere aperti e fiduciosi verso gli altri e soprattutto di cogliere e rispondere ai segnali di apertura che le persone, a volte timidamente, ci inviano. Un atteggiamento di vittimismo, cosi come l’esitazione, il risentimento, lo scetticismo o la disperazione di fatto fanno si che le persone che si sarebbero potute avvicinare per alleviare la nostra condizione di isolamento sociale di fatto vengono spinte via… da Noi stessi, unici responsabili della nostra chiusura e solitudine.

Come risultato di queste erronee valutazioni e delle nostra diffidenza molte persone sole si ritirano e si isolano per evitare il rischio di ulteriori rifiuti o delusione. Quando si avventurano le mondo lo fanno con esitazione, cariche di dubbi e suscettibili rispetto alla reale possibilità di trovare quelle persone capaci di soddisfare il loro profondo bisogno di vicinanza emotiva. 

Se da un lato si impegnano e sforzano a frequentare luoghi di ritrovo dall’altra sono cosi convinte di non suscitare interesse e non sfruttano a pieno l’occasione di entrare in contatto rilassato e aperto con gli altri. L’effetto boomerang non porta altro che confermare di essere fuori luogo ed indesiderabili; l’unica opzione è stare con se stessi. 

 

Per liberarsi del senso di solitudine, guarire il dolore, è necessario DECIDERE di ignorare l’istinto protettivo che ci invita all'evitamento delle interazioni sociali, a privilegiare un contesto sicuro e conosciuto privo di ansia. E’ necessario rischiare di uscire dalla "zona confort" apparente per sentire un po' di disagio,  e aggiungere un po' di coraggio per:

 

1. Agire: accettare il fatto che la solitudine sta modificando il vostro modo di percepire ed interpretare l’atteggiamento delle altre persone che, di norma, è molto più benevolo ed accogliente di quel che ci ostiniamo a pensare. Se vi sentite soli ed in difficoltà per riallacciare il rapporto con gli altri inizialmente potete usare “mezzi a distanza” come telefono, mail, chat, social network. Fate una lista di contatti tra le persone che non sentite da un po' e partite da li. Può essere più facile ripartire da quelle persone che vi hanno saputo stare vicino in passato senza preoccuparvi degli effetti o del fatto che possa essere sconveniente. Fatelo e basta, senza pensarci su troppo.

 

2. Dare fiducia: a volte si è portati a pensare che le persone a noi care siano capaci di intuire quando e cosa abbiamo bisogno; ci creiamo la falsa aspettativa che chi ci vuole bene sa esserci quando serve ma questa è un convinzione errata. Se al momento non ci sono dobbiamo evitare di provare rancore e dar loro il beneficio del dubbio. Accettare che se non sono stati capaci di esserci, o non ci chiamano, ciò potrebbe non aver a che fare con noi ma con delle loro difficoltà personali e limiti. Gli "altri" sono esseri umani a volte incapaci di aiutarci ed essere presenti proprio quando ne abbiamo bisogno e nel modo in cui intendiamo noi. La vita tiene impegnati tutti, e ciascuno ha delle priorità e problemi che possono distrarci o renderci indisponibili. A volte è sufficiente essere chiari e chiedere presenza, aiuto, supporto per ottenerlo. L’allontanamento molte volte non è voluto ma dovuto ad una serie di concause che assorbono le persone che si perdono nel loro mondo, proprio come è accaduto a noi con la nostra chiusura. Detto ciò, entrate in contatto con le persone della vostra lista ma adottando un atteggiamento positivo.

 

3. Approccio positivo: anche se temete il rifiuto o vi sentite in ansia mentre cercate di riallacciare vecchi legami o di costruirne di nuovi, il vostro umore non è dei migliori questa è una delle poche occasioni in cui è bene fingere. Tenere per voi ciò che state provando, come se si trattasse di una musica o un rumore di sottofondo che vi disturba ma non fatevi limitare dal sensazioni. Si tratta di uno stato interno fatto di “chiacchiere mentali” e sensazioni spiacevoli che hanno il solo scopo di tenervi ancorati nella solitudine, un problema ben più profondo della momentanea sensazione di disagio che state sperimentando. Fatevi coraggio e cercate di essere positivi e propostivi con le persone che state avvicinando dopo un periodo di ritiro. Se avete scelto di avvicinarvi agli altri usando messaggi di testo o e-mail usate le emoticons che trasmettono allegria in modo da arricchire la comunicazione verbale/testuale, spesso ambigua e fonte di incomprensioni, con quella non-verbale (le faccine sorridenti). Prima di inviare i messaggi assicuratevi che siano chiari, semplici e postivi: evitare le accuse (che si possono identificare per la presenza del pronome tu…. ”Tu non mi hai chiamato da mesi!") o dichiarazioni di disconnessione ( "So che deve essere strano  ricevere un messaggio da me..."). Esprimete sentimenti positivi (“io ti stavo pensando!" o “Mk manchi"), fate un invito (“Ci vediamo per un caffè?”), che sia specifico in termini di perito di tempo (“Ti va mercoledì prossimo?”) in modo che non cada nel vuoto a causa degli impegni e che non dobbiate aspettare una risposta che potrebbe arrivare nel lungo periodo. 

 

La solitudine indubbiamente è dolorosa ma molto meno che superare per qualche tempo le proprie paure e trappole cognitive per fare nel modo appagante delle relazioni interpersonali.

 

 

Dr. Maurizio Sgambati - Psicologo Psicoterapeuta Pordenone

 Riproduzione, anche parziale, vietata.

 

Condividi sui social: