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Le emozioni parassite

Le emozioni più comuni che iniziamo a provare sin da bambini, quelle di base, sono rabbia, tristezza, paura, gioia, disgusto e vergogna. Spesso all’interno della famiglia in cui cresciamo impariamo che alcune di queste emozioni sono accettate, e se condivise ci portano a ricevere attenzioni, mentre altre sono ritenute scomode optiamo per reprimerle. Ciò avviene perché inconsciamente capiamo che alcuni sentimenti possono rappresentare una minaccia per gli adulti di riferimento che non sanno come gestirle e contenerle. Anziché quindi continuare a funzionare come bambini liberi, che si danno permesso di esprimersi liberamente, intuiamo che è più conveniente assumere una posizione adattiva e negare le nostre emozioni più autentiche. Decidiamo che alcune emozioni, quelle percepite pericolose per il sistema familiare, debbono essere sostituite con altre, più accettabili. Questo meccanismo di sostituzione ci porta a provare emozioni che appaiono reali quando sperimentate e che in psicologia assumono il nome di emozioni parassite o ricattatorie. Esse nascondono quei sentimenti che la persona non si può permette di contattare e di cui col tempo non è più consapevole nel “qui e ora”.

Possiamo ricorrere ad un esempio. 

Se un bambino cresce con due genitori iper-protettivi, timidi e chiusi rispetto alle relazioni sociali l’emozione di cui egli potrà parlare e che lo porterà a ricevere attenzioni, ascolto e conforto sarà la paura. Questo perché i genitori stessi guardano al mondo come ad un luogo spaventoso ed alle relazioni esterne con diffidenza. Allo stesso tempo il naturale impulso aggressivo necessario all’esplorazione del mondo ed al processo di differenziazione dalla famiglia potrebbe non essere accolto. Quel bambino potrebbe arrivare alla conclusione che la rabbia, anche quella sana necessaria a costruire la sua identità, non è permessa ma al suo posto può mostrare paura ed ottenere la comprensione dei genitori.

L’energia emotiva legata alla rabbia, che ha necessità di essere scaricata, non potendo trovare un canale espressivo diretto, assume i connotati di un sentimento ritenuto più consono: la paura prende il posto della rabbia. La prima è permessa mentre la seconda no.

L’emozione sostitutiva può sembrare autentica, reale, ma osservando attentamente ci si può accorgere che non è coerente con le informazioni, il contesto e la situazione in cui viene sperimentata. Ad esempio, quel bambino oramai fattosi adulto potrebbe reagire di fronte ad un torto subito in una relazione con paura, ritirandosi, piuttosto che asserirsi, anziché esternare la sua rabbia per difendere le sue ragioni ed esprimere dissenso per quanto accaduto a suo danno.

Egli avrà imparato a proteggere gli altri e se stesso da un sentimento percepito come dannoso, distruttivo, non socialmente accettabile. 

L’emozione parassita è quindi un sentimento appreso ed incoraggiato dalla famiglia durante l’infanzia; non solo è incoerente col contesto ma inutile a risolvere le problematiche nella vita in cui l’adulto la sperimenta (es. la risata mentre si sta parlando di situazioni tristi).

Un altro esempio di questo meccanismo intra-psichico è quando una persona si arrabbia in modo esagerato, incontenibile, rispetto alla situazione in cui si trova. Ciò suggerisce che quella persona sta facendo i conti con una emozione che in  passato si è impedita di esternare e quando lo fa non è in grado di gestirla o lo fa in modo troppo maldestro. 

Secondo Berne, le emozioni negate si possono accumulare come se fossero dei bollini premio ed usate all’occorrenza in determinate occasioni, dove sono ammesse, per manipolare gli altri. Ad esempio emergono nei conflitti di coppia quando un partner, dopo aver tollerato a lungo, rievoca antichi dissapori, rancori e torti che sembravano oramai risolti. Spesso si tratta di rabbia inespressa e covata, sospesi emotivi che non hanno nulla a che fare con il conflitto presente e che vengono esternati d’impeto impedendo di risolvere il problema attuale per cui si sta effettivamente litigando.

E’ difficile distinguere da soli le emozioni autentiche, reali, da quelle parassite così come permettersi di esprimere ciò che si sente ed evitare di accumulare rancori da usare per manipolare l’altro. Tuttavia, è possibile porsi alcune domande in merito a ciò che proviamo:

 

  • Cosa sento in questa situazione? 
  • Ci sono emozioni che dovrei provare rispetto a quelle che sto contattando? 
  • Ci sono emozioni che nella mia famiglia erano proibite? 
  • Sto bloccando alcune delle emozioni proibite nella famiglia ora, in questa situazione?
  • Mi sto impedendo di esprimere qualche emozioni spiacevole, la sto accumulando per dopo? 

 

Esprimere il proprio mondo emotivo interno, i propri sentimenti autentici, non è sempre facile e richiude un buon esercizio di consapevolezza costante.

 

 

Dr. Sgambati - Psicologo Psicoterapeuta Pordenone

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