La dipendenza dagli altri


Essere dipendenti significa lasciare agli altri decidere chi siamo rinunciando a guardare con i nostri occhi per vedere soltanto attraverso lo sguardo ed il giudizio degli altri.

Essere adulto, invece, vuol dire scegliere tre le molteplici possibilità che si presentano, selezionare quella che più ci rappresenta, avere la certezza che ciò delinea il nostro modo di essere e non quello dell'altro.

 

Perché questa decisione sia realmente adulta e sana non basta che sia condotta secondo il criterio dell’esclusione. Non è sufficiente allontanarsi da coloro ai quali, per mancanza di volontà o di decisione, abbiamo consentito di fare e disfare della nostra vita quel che volevano: bisogna smontare, analizzare e comprendere a fondo i meccanismi interni che continuano a generare dipendenza e che, pur non essendo più dei bambini, ci fanno agire come se fossimo.

 

La dipendenza anche se è giustificata da mille argomentazioni, finisce irrimediabilmente con indurre coloro che non si fanno carico delle propria vita ad avere un comportamento immaturo ed irresponsabile.

La persona dipendente per definizione ha bisogno di uno o più persone che rappresentino il suo bastone per poter avanzare.

Ci sono diverse categorie di dipendenti; Vediamone alcune:

 

1. Dipendenti intellettuali: sono quelli che credono che non gli funzioni il cervello e, quindi, chiedono agli altri come sono, cosa devono fare e dove devono andare. Credono di non essere in grado di ragionare, affidano la loro capacità a persone che ritengono alla altezza. Sono spesso considerate persone amabili prudenti ed umili.

 

2. Dipendenti affettivi: sono quelle persone che dipendono da qualcuno che gli dica continuamente di volergli bene, di amarli, che sono carini e belli. Sono continuamente alla ricerca di rassicurazione circa l’essere amati.

Contrariamente a ciò che si dice questa è una prerogativa maschile: se osserviamo a distanza di tre mesi un campione di coppie separate possiamo riscontrare che il 90% degli uomini sta già con un'altra donna mentre il 90% delle donne continua a vivere da sola o con i figli; queste ultime non si accontentano di una persona qualunque accanto.

 

3. Dipendenti morali: sono quelle persone che dipendono dalla approvazione esterna per prendere le proprie decisioni; hanno bisogno che altri dicano loro se ciò che stanno facendo è un bene o  un male; decidono di agire in un determinato modo solo se ciò che vogliono fare corrisponde a quello che farebbe la maggioranza poichè temono il giudizio altrui anzichè fidarsi delle proprie convinzioni, del proprio giudizio.

 

Qualunque sia la dipendenza: morale, intellettuale, affettiva, il dipendente si affida ad una sola persona e sente il bisogno di quella per andare avanti, per esistere. Questo comportamento può diventare un vincolo patologico sia per il dipendente sia per la persona che se ne fa carico (salvatore).

Si parla di co-dipendenza quando anche la persona che accompagna il dipendente sviluppa una patologia speculare, finendo con il farsi carico di tutte le inchieste del dipendente, dal quale a sua volta crede di non potersi più liberare. Nel salvatore si sviluppano sentimenti ambivalenti: da un lato si sente gratificato nel poter essere di aiuto, dall'altro si sente incastrato in un rapporto senza via di uscita.

 

Il dipendente promuove la co-dipendenza affermando di non poter vivere senza il suo salvatore, di non potersi allontanare perché in assenza del salvatore morirebbe ed utilizza in modo ricattatorio la scusa dell’amore per tenere il salvatore legato a sé.

Questo processo di co-dipendenza può evolversi a tappe in un processo altamente patologico. 

 

La prima tappa del dipendente è quella di cercare di essere necessario per il salvatore fornendo al partner tutto ciò che egli desidera, compiacendolo, mettendosi a sua disposizione con lo scopo di far si che anche il salvatore dipenda da lui.  Nel caso in cui la strategia di passare dal desiderio di essere amato a  quello di essere necessario non sortisse alcun effetto, ovvero il dipendente si rendesse conto che in realtà il salvatore non ha bisogno di dipendere, allora il processo patologico della co-dipendenza verrebbe portato ad un livello più basso.

 

La seconda tappa è quella di cercare di far pena al salvatore assumendo atteggiamenti di vittimismo. Qualora il dipendente non riuscisse ad impietosire il salvatore continuerebbe la discesa verso il fondo cercando di suscitare nel salvatore sentimenti di odio.

 

La terza, e successiva, fase qualora il dipendente non riuscisse ad agganciare il suo salvatore, sarebbe quella di far in modo che il salvatore abbia paura del dipendente, di quello che potrebbe fargli o di quello che potrebbe fare se stesso al fine di fare leva sul senso di colpa: la logica sottostante è “meglio il senso di colpa piuttosto che l’indipendenza“.

 

Quando la ricerca di attenzione altrui si trasforma in dipendenza, l'amore diventa una lotta per il potere con il rischio di cadere nella tentazione di mettersi al servizio dell’altro, di manipolarlo suscitando compassione prima, poi rabbia ed infine attraverso le minacce di maltrattarsi o maltrattare.

 

Quando siamo spaventati, preoccupati, abbiamo paura, ci sentiamo persi il bambino che siamo stati, che continua a vivere dentro di noi, torna e si impadronisce della nostra personalità arrivando a utilizzare dinamiche manipolatorie per attirare l’attenzione ed ottenere accudimento poichè alla base vi è la condizione di non essere in grado di badare a se stesso e di far fronte alla solitudine.

 

Di fronte a ciò possiamo individuare un adulto affidabile che si faccia carico completamente della situazione svalutando le nostre capacità ed instaurare un rapporto di dipendenza oppure, essendo grandi, fare leva sul nostro adulto (che è dentro di noi assieme al bambino) e far si che sia proprio lui, e non un altro, attraverso le competenze che possiede ma che di cui a volte non è consapevole a farsi carico del bimbo che è in noi. 

Nel caso in un cui realmente non fossimo in grado di farci carico della situazione sarà nostro responsabilità cercare e trovare aiuto limitatamente a ciò che non siamo in grado di gestire senza mettere in discussione in toto le capacità della persona. A livelli di dipendenza patologica è necessario un lavoro psicologico atto ad aiutare la persona a strutturare un senso di autoefficacia attraverso l'identificazione delle proprie risorse.

 

In quest’ottica nella vita reale nessuno è mai totalmente autonomo ed indipendente, nessuno può prescindere del tutto degli altri: la totale autonomia è una meta irraggiungibile.

L’obiettivo più realistico è l'interdipendenza: Io dipendo da te, tu dipendi da me e tutti e due dipendiamo da tutti gli altri così come loro da dipendono da noi.

La persona raggiunge l’interdipendenza quando arriva ad accettare di non essere completamente autosufficiente né onnipotente, di essere vulnerabile e di non poter sempre ottenere tutto ciò che desidera ma nonostante tutto rimane sempre responsabile di se stessa.

Essere interdipendenti significa che la persona è ancora protagonista della propria vita ma non da sola sulla scena; è regista della propria vita, responsabile delle proprie vicende, nonostante la consapevolezza di non poter essere sempre autosufficiente. 

In qualunque momento la persona accetta, di fronte ai propri limiti, di poter avere bisogno di aiuto, di non poter bastare a se stessa per alcune cose, di essere carente. Senza intaccare le altre aree per le quali è competente, accetta i propri limiti, e va responsabilmente alla ricerca di qualcuno che possa soddisfare i suoi bisogni senza doversi annullare completamente come persona.

 

Dr. Sgambati - Psicologo Psicoterapeuta Pordenone

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