· 

Carattere e Personalità: quali differenze?


I termini temperamento, carattere e personalità sono entrati a far parte del linguaggio comune al punto tale che il loro reale significato, come costrutto psicologico, è andato perso o fortemente distorto. Ad esempio, capita abbastanza frequentemente che di fronte a qualche difficoltà nel cambiare modo di pensare o di agire si evochi il concetto di carattere come qualcosa di immodificabile ed innato: “il carattere non lo puoi cambiare, se uno nasce tondo non diventa quadrato”; o nel caso della fine di una relazione interpersonale si dica “avevamo caratteri incompatibili”. Inoltre è frequente sentire parlare di persone con un temperamento calmo, o aggressivo o irascibile, ecc. lasciando intendere che il temperamento è una modalità relazionale valutabile moralmente ed eticamente. Infine si può sentire definire la personalità forte o debole, dominante o succube, espansiva, introversa ecc. Tutti questi modi di dire e di definire la realtà confondono i piani della scienza e del pensiero comune, mescolando tra loro elementi che hanno una base teorica e quelli che sono solo una descrizione ingenua di elementi facilmente visibili. Proviamo quindi a chiarire e specificare alcune differenze. 

Il concetto di temperamento è molto antico, dobbiamo, infatti, a Ippocrate (460-370 a.C.) la sua prima formulazione. Per il medico greco, la predominanza di uno dei quattro umori corporei (sangue, flemma, bile gialla, bile nera) costituiva la manifestazione di quattro tipologie di temperamento: sanguigno, flemmatico, collerico e melanconico. L’idea di Ippocrate fu poi ripresa ed ampliata da Galeno (130-200 d.C.), che distingueva tra spiriti vitali (nei vasi sanguigni) e spiriti animali (da cui dipende il sistema nervoso). Questo tipo di formulazione, spiegava come le caratteristiche fisiologiche fossero responsabili delle diverse manifestazioni comportamentali osservabili negli uomini, l’equilibrio tra i fluidi corporei dava quindi vita a persone sane, morali e intelligenti, mentre il loro squilibrio portava alla malattia, l’amoralità ed alla follia. Le idee di Ippocrate ed Galeno furono dominanti nel Rinascimento e si tramutarono, dalla fine del ottocento, in una correlazione tra caratteristiche fisiognomiche e manifestazioni comportamentali, nel tentativo di classificare diversi tipi di persone e prevederne le azioni. I maggiori esponenti di questa revisione della teoria ippo-galenica costituiscono la corrente dei costituzionalisti. Possiamo, ad esempio, ricordare Lombroso (1835-1909), il quale era convito che i tratti somatici fossero lo specchio della personalità e che dalla loro misurazione si potesse distinguere, tra le altre cose, tra i delinquenti ed i cittadini onesti, tra i “mattoidi” ed i sani di mente. Anche altri autori, in era più moderna, si sono spinti a classificare gli uomini in base alle caratteristiche fisiche e dedurne da esse caratteristiche psicologiche. Queste teorie, cosi come quelle astrologiche che declinano il temperamento in funzione dell’ influenza degli astri (persone gioviali – da Giove – saturnini – da Saturno – lunatici – dalla Luna- o marziali – da Marte), sono oggi riconosciute come prive di ogni fondamento scientifico, ma il loro dilagare nella psicologia del senso comune le rende ancora utilizzate. Purtroppo c’è sempre qualche nostalgico del medioevo pronto a definirti in base al giorno di nascita o guardando attentamente una tua fotografia.

Oggi la psicologia definisce temperamento:

“insieme di disposizioni comportamentali presenti sin dalla nascita le cui caratteristiche definiscono le differenze individuali nella risposta all’ambiente. Il temperamento riflette dunque una variabilità biologica” (Lingiardi, 1996:118).

In questi termini, si ristabilisce la dimensione genetica e biologica del temperamento, e si pone l’accento su un numero di risposte adattive all’ambiente presenti al momento della nascita. Ogni neonato reagisce a certi stimoli, mentre ne ignora altri, l’intensità e la frequenza di tali risposte definiscono il temperamento. Una ricerca di Cloninger (1993) indica gli aspetti: “ricerca del nuovo”, “evitamento del dolore”, “dipendenza dalla ricompensa” come elementi che combinati tra di loro danno vita a diversi tipi di temperamento. Come si può facilmente notare, tali caratteristiche non hanno in sé una valutazione morale o culturale del temperamento (come lo sono buono, cattivo, socievole o timido), ma sono legate alla neurochimica del cervello, e nello specifico, rispettivamente alla attività dopaminergica, serotoninergica e noradrenergica.

Se è abbastanza chiara la definizione di temperamento, più complessa è quella di carattere e personalità ed è quasi impossibile distingue tra i due termini. Non solo nel linguaggio comune, infatti, ma spesso anche nella letteratura psicologica i due costrutti si sono sovrapposti. Freud, Jung, ed i primi psicoanalisti, ad esempio, utilizzarono il termine carattere, mentre oggi si preferisce parlare di personalità. Entrambi i termini suggeriscono un’integrazione del substrato biologico (il temperamento) con l’ambiente psicologico e sociale. La personalità/carattere è quindi una modalità strutturata di pensare, sentire e comportarsi, risultante dall’interazione dell’ambiente sul proprio patrimonio genetico e culturale, ed è pertanto modificabile perché costruita dall’esperienza e dall’adattamento tra i propri bisogni e desideri e la realtà esterna.

Esistono molti modelli teorici di classificazione di personalità, il più universalmente riconosciuto dalla psicologia e psichiatria moderna è quello presente nel DSM-IV che individua 10 tipi di organizzazioni di personalità: paranoica, schizoide, schizotipica, istrionica, narcisista, antisociale, borderline, dipendente, evitante, ossessiva-compulsiva. La terminologia che indica questi diversi tipi di personalità è nato al solo scopo di descrivere delle modalità di essere, senza che a queste venisse data una accezione positiva o negativa, ma purtroppo il suo dilagare nel linguaggio quotidiano l’ha resa satura di significati negativi, tanto che viene associata costantemente alla psicopatologia. Al contrario, questi tipi di personalità esistono su un continuum che va dalla normalità alla patologia. Ad esempio, un individuo che loda apertamente le sue capacità, tende a ricercare l’ammirazione e la fiducia degli altri, è suscettibile alle critiche, aspira al successo ed al potere, può rientrare nel quadro di una personalità di tipo narcisistico. Queste caratteristiche, se presenti in modo limitato, possono ritrovarsi in individui perfettamente “sani” come segno di una elevata autostima. Se sono presenti in modo massiccio e rigido, senza possibilità di essere riviste o modificate, e se l’individuo che le possiede non tiene più conto della realtà circostante, né delle reali capacità interne, ed arriva a credersi superiore a tutti gli altri, più furbo, più intelligente, più ricco, o più bello di chiunque altro, al di sopra della legge e della morale, siamo di fronte ad un disturbo di personalità narcisistico. Sebbene sia estremamente difficile, se non impossibile e probabilmente nocivo, passare da un tipo di organizzazione della personalità ad un altro, il cambiamento all’interno dello stesso continuum è realizzabile. 

In conclusione, possiamo definire il temperamento la componente biologica e genetica della personalità e considerare quest’ultima come la somma delle principali strategie di adattamento all’ambiente, quest’ultime sono basate sia su comportamenti esterni sia su processi inconsci che mediano tra impulsi e desideri e realtà circostante. Talvolta, come nei disturbi di personalità, tali strategie, che sono state utili in certe circostanze particolari o che sono state apprese e rinforzate dall’approvazione altrui, si rivelano non più efficaci o capaci di adattarsi ai cambiamenti esterni e diventano, pertanto, disfunzionali.

La personalità, non è quindi qualcosa di innato, né immodificabile, ne valutabile in termini di forza/debolezza, o giusto/sbagliato, è più opportuno definirla in termini di funzionale/non funzionale o adattiva/disadattiva. L’idea che si nasce in un certo modo e che il proprio modo di essere e di interagire con gli altri dipenda da fattori non controllabili (il fato, il destino, gli astri, i geni) è spesso usata come giustificazione alla difficoltà del cambiamento; questa idea crea aree di non pensabilità, di mancanza di pensiero e riflessione su se stessi, amputando le proprie capacità di crescita e di consapevolezza.

 

 

 

Dr. Sgambati - Psicologo Psicoterapeuta Pordenone

Riproduzione vietata: non è consentita la ripubblicazione, 

anche in forma parziale, senza autorizzazione.